di RAFFAELE ARAGONA

Qualche tempo fa Federico Monga, Direttore de “Il Mattino”, titolava con “Napoli, i nuovi progetti specchio delle allodole” la risposta a chi gli scriveva di aver letto con interesse le proposte della nuova amministrazione, che però, riguardavano un futuro più o meno lontano, e domandava: «E per il presente?». Monga non poteva non essere d’accordo, così come lo stesso titolo anticipava, ma confidava, in ogni caso, che la nuova Giunta volesse rispettare il programma della concretezza che ne aveva rappresentato l’originaria bandiera.

Anni addietro Raffaele La Capria, insieme con altri due illustri “umbertini”, Rosi e Ghirelli, si trovarono a invitare vivacemente e accoratamente gli studenti del “loro” Liceo Umberto a non andar via da Napoli. Sacrosanto invito, ma non si comprendeva perché i tre esimi liceali fossero andati via, ritornando episodicamente soltanto per riceverne onori e aprire con nostalgia il bagaglio di ricordi. Così come per i tre
vecchi studenti, l’interrogativo può in qualche maniera ripetersi con riferimento ad altri nomi, di un passato recente e anche attuale: Totò, Pino Daniele, Luciano de Crescenzo, Gigi D’Alessio, Erri De Luca, Paolo Sorrentino e tanti altri ancora, senza dire di Eduardo che, più onestamente, ebbe a pronunciare il suo “fujtevenne”.

La verità è che a Napoli è difficile vivere e avere un futuro decoroso, normale. Grazie a tanti che hanno preferito lasciare la città, oggi il confronto diretto è con una cultura, oltre che con un’organizzazione camorrista spesso sostenuta, consentita e protetta da poteri altri. Parlare di ferite inferte e di armonie perdute è giusto e istruttivo, ma non risolve i mille problemi di questa nostra città la quale, più che delle visite, del ricordo e degli scritti di ex concittadini illustri, nonché di buone e alte intenzioni per il futuro, avrebbe bisogno di tanti interventi risolutivi di modesta entità.

Il vero problema è stato un governo locale che, in nome delle clientele, ha permesso di tutto ai peggiori, abbandonando invece al loro destino quelli che forse avrebbero potuto essere migliori, ma che non hanno avuto la forza numerica per opporsi, così come accade in tante false democrazie apparentemente tese al bene del popolo. Negli ultimi cinquant’anni, infatti, Napoli ha avuto un susseguirsi di partiti
i quali, inneggiando alla crescita progressista e popolare, hanno invaso la città con una cultura statalista e assistenziale che ha reso i cittadini sudditi quasi come ai tempi dei Borbone. Chi non si è adeguato ai giochi del potere locale ha dovuto vivere ai margini con la differenza che, rispetto al passato, sono stati anni con molte opportunità di crescita unite a quantità di denaro pubblico senza precedenti. Tutto
sprecato, nella totale mancanza di un piano organico e lungimiran

te; l’unica a crescere è stata l’economia e la cultura della camorra. Ci si illude che ora dovrebbe essere cambiato qualcosa; in tempi di difficoltà economiche vince chi ha denaro, e qui il denaro è prevalentemente nelle mani della classe della criminalità, che è la sola a essere organizzata.

Per amministrare serve innanzitutto la chiarezza delle priorità che faccia da base a un programma integrato in modo da evitare, come accade, che si aggiusti una cosa mentre di nuovo se ne rompe un’altra; che si guardi al chiarore della luna, ignorando il buio delle cose concrete che sono dinanzi agli occhi di tutti, trascurando un programma effettivo, che, avendo pure chiari i desiderati punti d’arrivo principalmente a medio termine, sappia intervenire su quelli a breve e a brevissimo termine in modo da generare un cambiamento immediato e visibile, che conduca Napoli nel novero delle città civili. Non c’è bisogno di elencare le misere condizioni di questa città: basta camminare per le sue strade e i suoi marciapiedi per trovarsi dinanzi a quadri pietosi che gridano vendetta.

C’è da augurarsi che la storia di questa città mostri appena possibile un insieme di amministratori governatori esperti, estranei agli inquinamenti della cultura locale, che sappiano ripristinare un vivere civile che consenta la speranza del futuro: solo così i napoletani, giovani e no, potranno avere il coraggio di restare, al di là di appelli inutili e fumosi, al di là di annunci di progetti faraonici che non si vogliono ignorare,

ma che si vorrebbero preceduti dalla realizzazione di altri di minore portata. È per questo che, a proposito di una valida governance per la città, o di un governatore, personalmente ho sempre auspicato l’arrivo di una brava e attenta governante!