di MARIO PACELLI

L’uccisione di Giacomo Matteotti, anche se avvenuta quasi un secolo fa, è per molti aspetti esemplificativa del comportamento di un regime fondato sul principio della eticità dello Stato: chiunque non sia d’accordo sui principi etici assunti come assoluti da chi detiene il potere è un nemico da combattere in ogni modo in quanto nemico della comunità statuale. Matteotti fu ucciso il regime fascista (questo almeno è certo) ma un fatto analogo sarebbe potuto accadere in qualunque altro Paese a partito unico (fascista, nazista, comunista) o a religione di Stato (musulmano, buddista, induista o cristiano che sia), la violenza è determinata non già da principi e valori che si affermano violati ma dal fatto stesso di conferire ad essi in valore assoluto.

Lo fecero i partecipanti alle Crociate sotto la bandiera della religione, ma in realtà per la conquista dei mercati d’Oriente, lo fecero i musulmani ancora ai tempi dell’ayatollah Khomeini in Iran, lo fece Pol Pot in Cambogia (un milione e mezzo di morti negli anni 70): è una costante che si rincorre nel tempo, nei secoli, parte come è della logica stessa di un potere avulso dalla volontà dei cittadini e che tende ad imporre ad essi con il terrore (e con la morte se necessario) il proprio credo.

La grande forza della democrazia, dalla rivoluzione francese in poi, è proprio nella contrapposizione alla tirannide dei diritti civili della loro affermazione contro la loro negazione. Qualunque sia stata la ragione specifica della uccisione di Matteotti è certo che il segretario socialista era un oppositore dell’allora nascente regime fascista e per questo aveva già subito la violenza delle “squadracce” nel Polesine sua terra natia.  Dietro la sua morte una fitta trama di intrighi, di corruzione, di ricatti, come accade ogni volta che chi detiene il potere è in condizioni di annullare qualunque controllo, qualunque censura, qualunque critica è la inevitabile  alternatività alla democrazia rappresentativa.

Giacomo Matteotti fu vittima di tutto questo e ancora oggi, a quasi un secolo dalla sua morte, è quasi doveroso ricordarlo quando sono ancora sulla scena esponenti di quel partito politico, il Movimento Sociale Italiano, al quale si iscrisse Dumini quando uscì dalle patrie galere.