di STEFANO ROLANDO

A metà degli anni Cinquanta i miei genitori avevano le risorse per staccarsi (solo di un piano) dalla coabitazione con la nonna che, vedova di un prefetto, contava su una discreta pensione, e presero in affitto arredandolo di tutto punto un appartamento che esprimeva novità e modernità. Mobili, tappezzerie, tende, una libreria di design, eccetera. La famiglia era finalmente ben sistemata in 150 mq, genitori, tre figli e una cameriera. Con l’orgoglio di avere portato a termine la “ricostruzione”, che a Milano finirà ufficialmente un po’ dopo, quando il Pirellone raggiungerà il 33mo piano.

Arrivo’ il Natale, passo’ Santo Stefano, l’albero segato che troneggiava in salotto, con le candeline vere, cominciava a essiccarsi. E mio fratello minore, allora tra i 3 e i 4 anni, con sconosciute pulsioni da piromane, nel pomeriggio azionò uno zolfanello accanto a una candelina. Nel giro di cinque minuti l’albero prese interamente fuoco, tramettendo le fiamme alle tende leggere e svolazzanti che salendo al soffitto lo scrostavano e cadendo a terra incendiavano i parquet. Due carri dei pompieri arrivarono con le pompe ma inutilmente, quando l’intero appartamento era incenerito. Ricordo le lacrime agli occhi di mio padre (che aveva firmato cambiali al limite) e di mia madre (che aveva scelto pezzo a pezzo l’ arredamento), ricordo la cameriera nascosta in bagno e ricordo mio fratello che senza un filo di senso di colpa diceva ad un pompiere gigante piantato a terra a gambe larghe : “Questa cosa proprio non me l’ aspettavo!”. Aggiungendo poi (metafora dello sguardo proteso al proprio interesse e non all’inquietudine del resto della famiglia): “Ma per fortuna si è salvato il mio cappottino rosso!”.

Come il lettore avrà intuito – non essendo avvezzo a raccontare qui storie di famiglia – questo vero e vissuto evento mi e’ tornato in mente come perfetta metafora della decisione dei Cinquestelle di incendiare l’Italia, senza calcolare minimamente le conseguenze del proprio gesto.

Come i principali dirigenti grillini hanno detto: ma che avete da ridire? Abbiamo respinto un contenuto inaccettabile di una legge. Non prevedevamo e non volevamo proprio questo esito. Eccetera

L’infantilismo politico di una forza che il 33% degli italiani ha mandato in Parlamento nel 2018 e’ stato un prezzo troppo alto che quello stesso M5S, pur perdendo i pezzi un poco alla volta, ha fatto pagare stando al governo per tutto il tempo della legislatura, sia pure con diversi compagni di viaggio, volta per volta. E con un gruppo dirigente residuato che ha ritenuto, con maggioranza interna, di riprendersi qualche voto scappato, tentando di far percepire un’altra “immagine” in un elettorato ormai in crescente astensione, comunque nelle faglie rimaste sintonizzate sulla comunicazione del rancore e della protesta.

Elettori, insomma, senza una traccia di apprendimento della severa lezione di questi anni. E parlamentari, insomma, senza vergogna, capaci di sostenere la tesi che chiamarsi fuori dalla “ governativita’” all’ ultima curva sia un atto praticabile e accettabile per salvare il loro “cappottino rosso” senza ne’ prevedere ne’ riconoscere le fiamme in salotto.

Grave il posizionamento dell’ex-capo del governo Giuseppe Conte, che pensando di galleggiare anziché trasferire nel partito cultura e metodo di governo, dimostra che la leadership politica senza un quoziente di responsabilità nazionale fa una fiammata ma poi si rivela autolesiva. Stessa vicenda toccata negli ultimi anni a Salvini.

A fronte di questa tardiva ma netta curva calante, che va scritta nel capitolo del ravvedimento impresso dall’esperienza emergenziale che Mattarella ha affidato a Mario Draghi, la maggiore responsabilità e’ ora quella di spiegarla bene agli elettori. E di non mollare la presa per non perdere il tempo ne’ nei confronti degli obiettivi in agenda ne’ nella potenzialità pedagogica di quel che sta succedendo. Compreso l’ assalto interno a Conte, che Fabrizio Rancone racconta oggi sul Corriere segnalando il progetto di Virginia Raggi e di Alessandro Di Battista di cacciare i governisti da Cinquestelle per modellare il loro veliero piratesco contro tutto e tutti. Magari fosse….

Anche per questo prende grande significato la petizione a Mario Draghi firmata da mille sindaci italiani di tener duro, di tenere a bada la soglia d’orgoglio intaccata, di mantenere sintonia con Il presidente della Repubblica e con l’Italia della ragione. E in particolare per aiutare a crescere fenomeni di responsabilità anche “dal basso” (imprese, amministrazioni, società), tipo quello della riscossa civica nazionale che si va segnalando in questi giorni, con nuove aggregazioni. 

Insomma “restare a bordo” come succede nelle fasi di rischio, perché – a differenza dell’episodio raccontato dei lontani anni Cinquanta – qui si possa intervenire ancora utilmente con quei vigili del fuoco che sono ancora al loro posto in Parlamento, nelle amministrazioni locali, nel sistema di impresa ,nella trincea dell’educazione (forte e giusta la presa di posizione del presidente della CRUI Ferruccio Resta di questa mattina) e in quel quadro sociale che crede nel governo delle transizioni.