di MARIA PAOLA LANDINI

Per la prima volta nella storia abbiamo assistito in diretta all’invasione di un virus animale nella popolazione umana.

E’ stato un evento strabiliante e, per giunta, dovuto ad un errore.  

Un virus si è trovato, a causa di uno dei tanti errori genetici del tutto casuali, modificato quel tanto che gli ha permesso di passare dal pipistrello, suo serbatoio naturale, a una nuova specie ospite: gli esseri umani. Miliardi di persone, disperse ovunque, che si spostano a gran velocità, che si muovono in massa, che spesso si radunano in gruppo e che, incredibilmente, non erano preparati a fronteggiare un evento del genere.

Eppure nel corso degli ultimi 20 anni avevamo assistito ad una forte antropizzazione di habitat naturali in svariate parti del mondo con distruzione di ecosistemi e alterazione di oltre il 70% dell’ambiente terrestre.

Una delle conseguenze di tutto questo è stato l’aumentato rischio che un nuovo agente patogeno potesse compiere il salto di specie e, dunque,  passare stabilmente dall’ animale all’ uomo.

Inoltre l’OMS dal 2011 al 2018 aveva registrato ben 1483 epidemie, quasi tutte   causate da patogeni arrivati all’ uomo dal mondo animale e  sulla base di questo e altri fattori economici e socio-sanitari, nell’  autunno del 2019  aveva lanciato un forte avvertimento circa la probabile  imminente nuova pandemia causata da un virus respiratorio di origine animale per la quale il mondo sarebbe stato impreparato.

L’ allarme inascoltato dell’OMS ha fatto si che il nuovo virus incominciasse a diffondersi molto facilmente: l’OMS, ad oggi, ha avuto notifica di circa 700 milioni di casi confermati di infezione. Si tratta ovviamente di una sottostima rispetto ai reali casi di infezione avvenuti.

La risposta degli Stati al virus è stata improvvisata e basata sui risultati delle ricerche che man mano venivano condotte, buona parte delle quali dipendevano, appunto,  dai dati raccolti, dati, per lo più, approssimativi. Basti pensare alla differenza tra morti da covid e morti con covid o alle diverse sensibilità dei test diagnostici utilizzati per definire i casi o, ancora, ai tanti asintomatici sfuggiti al tracciamento.

Molti dati, quindi, hanno avuto una funzione puramente retorica di conferire certezza all’ incerto e moltissime sono le incertezze che ci hanno accompagnato in questi tre anni e che ancora persistono rendendo ogni previsione aleatoria.

Inoltre, per la prima volta in assoluto, la comunicazione di quello che stava accadendo è stata lasciata completamente agli esperti: virologi, infettivologi, igienisti, pneumologi, epidemiologi, etc…

Nessuno era preparato a comunicare al grande pubblico in una situazione così delicata, come quella pandemica.  Gli esperti hanno fatto quello che hanno potuto, spesso banalizzando aspetti scientifici importanti, dando per certi dati che certi non erano, fornendo pareri tra loro contrastanti che spesso rivelavano l’ area politica di riferimento. Il tutto ha contribuito a causare confusione e smarrimento.

Se dal punto di vista comunicativo è sempre stata posta la maggior attenzione all’aspetto sanitario, sono anche tanti altri gli aspetti delicati che la pandemia ha messo in evidenza.

Questo virus, è arrivato in un periodo storico in cui atteggiamenti prepotenti e discriminatori rischiavano di prevalere imponendo l’ottuso concetto di chiusura verso gli altri e difesa contro il diverso.   Ed ecco che, per fronteggiare il rischio di contagio dilagante dovuto alla circolazione di questo nuovo coronavirus, i discriminati, i segregati siamo diventati noi, senza alcuna distinzione. Le frontiere del nostro Paese si sono davvero chiuse esattamente come è accaduto per le nostre case, ma per non farci uscire non per evitare che qualcuno entrasse.

Il nuovo virus è arrivato in un momento in cui il SSN, stretto ormai da molti anni dai bilanci delle “aziende” sanitarie, rischiava di non poter più garantire agli italiani nemmeno i livelli essenziali di assistenza e  

allo stesso tempo la ricerca biomedica languiva a causa di finanziamenti sempre meno consistenti.

Con il diffondersi del contagio, e la conseguente emergenza sanitaria, in poche settimane sono arrivate nuove risorse per la sanità e per la ricerca.

E’ anche tornato forte il riconoscimento, da parte di tutti, dell’importanza di un SSN universalistico come quello italiano e, allo stesso tempo, il riconoscimento dell’importanza “vitale” delle attività di ricerca.  Ricerca che è stata alla base del vaccino ottenuto grazie ad una nuovissima tecnologia (vaccino a RNA messaggero) che aveva alle spalle oltre vent’ anni di difficoltà e ostacoli.

Il vaccino è stato inoculato in breve tempo in miliardi di persone e si è dimostrato in grado di contenere gli effetti gravi della infezione.  La diffusione del nuovo virus è continuata a causa della naturale insorgenza di varianti virali che progressivamente risentivano sempre meno della immunità indotta dal vaccino o da pregresse infezioni.

Il virus è anche arrivato in un periodo storico nel quale le grandi città erano sempre più intossicate dalla presenza di livelli allarmanti di inquinanti.

In poche settimane si sono abbassati i livelli di monossido e diossido di azoto, precursori delle piogge acide; si sono ridotte anche le polveri sottili e i gas serra. L’ aria è diventata più respirabile, anche nel centro delle grandi città in cui le mascherine non erano più contro lo smog, ma contro il virus.

E’ arrivato, il virus in un periodo in cui si era perso il senso del tempo, sempre alla rincorsa dell’apparire, quasi dimenticando il significato profondo del vivere.

In poche settimane, ci siamo ritrovati davanti al nostro tempo. Ma cosa farne? Non eravamo preparati nemmeno a questo.

Tra le tante cose che ci ha messo sotto agli occhi, forse il virus ci ha anche costretto a ricominciare a riflettere. Magari pensare anche oltre a noi stessi. Pensare agli altri. Gli altri?   La realtà virtuale aveva preso il sopravvento sui contatti interumani diretti, così, quando ce li hanno impediti, sono tornati ad essere importanti! Il non poter stringerci le mani e abbracciarci, ha fatto riflettere su quanto importante sia il contatto diretto tra le persone.

Non c’è dubbio, il piccolo virus è stato un rivoluzionario che ci ha messo davanti alle nostre fragilità e dimostrato come potrebbe essere possibile una realtà diversa.