di ALESSANDRO BIANCHI e BRUNO PLACIDI    

Alessandro Bianchi è un uomo di grande ingegno: ha insegnato pianificazione del territorio e urbanistica in più Università ed è stato Rettore dell’Università della Calabria e della Università telematica  Pegaso per molti anni . Dal 2006 al 2008 nel secondo governo Prodi è stato Ministro dei trasporti. Di recente ha creato la Scuola  “Fenice urbana” con l’obiettivo di avviare la rigenerazione del patrimonio urbanistico ed edilizio italiano in stato di abbandono. Questa inconsueta proposta è stata esposta in un primo libro scritto con l’ingegner Bruno Placidi pubblicato quest’anno da Rubettino Editore col titolo “Rigenerare il bel Paese, la cura di un patrimonio dismesso e sconosciuto”.

La tesi è che la rigenerazione delle città con la riutilizzazione delle strutture dismesse determinerebbe un ridotto consumo del territorio utilizzato per edificare nuove strutture sociali, scolastiche, sportive, industriali ed abitative.

In Italia esistono 9000 km quadrati di edifici industriali dismessi,  pari alla estensione della Basilicata, nonché 25.000 impianti sportivi, 1800 edifici militari,più moltissime stazioni ferroviarie, chiese e complessi religiosi, Ospedali e molto altro. La riutilizzazione di tutte queste strutture, non la ristrutturazione per le stesse finalità, significherebbe un grande risparmio di territorio e beneficio urbanistico delle città.

Queste tesi hanno già trovato applicazione da oltre vent’anni in Inghilterra, Germania, Francia e Spagna (vedi  Bilbao e Valencia). A Parigi su l’Ile Seguin la fabbrica della Renault sulla Senna è stata trasformata in un centro musicale  (Casa della musica) con tre sale, una scuola ed altre strutture satelliti. L’area industriale della Ruhr nel Nord della Germania  creata per lo sfruttamento del carbone è stata trasformata nel parco del Emsher e così si è passati dalla nebbia fumosa delle ciminiere al verde di un grande parco solcato da acque provenienti dal Reno, al servizio della Comunità, con un Museo della miniera. A Friburgo le caserme francesi abbandonate da decenni  sono state trasformate in un moderno quartiere modello.

 A Milano nell’area della Bicocca gli  spazi e  le strutture di gigantesche dimensioni della Pirelli sono state trasformate in un quartiere residenziale ed in un centro universitario. Anche a Roma qualcosa è successo in questa direzione e la prima centrale elettrica costruita dall’ingegner Montemartini, rimasta chiusa sulla via Ostiense per 25 anni, è stata trasformata in un museo con 400 statue di epoca romana. Ma la caserma romana di via Guido Rossi, abbandonata da decenni, tale rimane, malgrado più progetti di riutilizzazione sepolti nei cassetti comunali.  In Italia molte strutture abbandonate gridano vendetta come il centro siderurgico di Bagnoli disattivato erimasto dimenticato da oltre 20 anni. Analogamente le Saline ioniche di Reggio Calabria e la relativa fabbrica di mangimi mai autorizzata e mai utilizzata, e’ ancora senza destino. Così anche l’elettrochimica di Passignano vicino Terni dove l’attore Benigni aveva promesso di realizzare un centro di studios cinematografici, è finito nel nulla perché la promessa non è mai diventata realtà. Per non parlare degli ospedali disattivati da tempo e parzialmente riutilizzati dalle Asl per attività sanitarie minori,

senza adeguata manutenzione della struttura edilizia. Vale il caso a Roma degli ospedali San Giacomo, Regina Margherita, Forlanini, Ramazzini, Santa Maria della Pietà ed in provincia quelli di Guidonia, Palombara, eccetera. Il caso più straordinario è quello dell’Ospedale della Consolazione che per almeno quattro secoli è stato il riferimento della zona centrale della città parzialmente distrutto dalle ruspe che hanno portato alla luce le rovine dei Fori imperiali. Nella parte sopravvissuta è stato insediato con poche modifiche il comando dei vigili urbani di Roma Capitale! Vale la pena di ricordare che la situazione è uguale in tutte le Regioni d’Italia, dal Veneto all’ Abruzzo, alla Calabria dove 18 Ospedali da Palmi a Girifalco hanno seguito lo stesso destino degli Ospedali romani rappresentando per quelle comunità nessun valore assistenziale ed un elemento urbanistico degradato e negativo.

E’ un libro di grande interesse dove denuncia e proposta si inseguono in una analisi accurata e documentata fotograficamente.

Per realizzare questo enorme progetto, ossia questi molteplici progetti, Bianchi parte dalla formazione degli esperti e perciò ha creato una Scuola di rigenerazione urbana sostenibile che ha chiamato Fenice Urbana, ad evocare la città che risorge dalle sue ceneri. Naturalmente si tratta di un progetto di lunga durata per il quale le nuove parole d’ordine devono essere: riuso del patrimonio dismesso, riduzione del consumo di nuovo suolo e innovazione funzionale, con una puntuale attenzione alla sostenibilità che non è un requisito insito nella rigenerazione urbana, bensì un obiettivo da perseguire ed una qualità da conferire.

Per raggiungere questi ambiziosi obiettivi, Alessandro Bianchi ha iniziato una serie di incontri interdisciplinari nella sede della Fenice Urbana per mettere a confronto diverse discipline che un tempo apparivano distanti dai problemi della città e che oggi, invece, sono diventati parte integrante per ripensarla e lavorare su un “pensiero” che guardi al domani. La interdisciplinarità è sempre stata nella formazione degli urbanisti a partire dall’analisi dei dati al paesaggio ma l’approccio non era sistemico. Oggi che l’esigenza della riorganizzazione/trasformazione delle città è diventata ineludibile il ricorso alle nuove tecnologie, all’innovazione culturale e progettuale, allo sguardo spinto in avanti con un forte ancoraggio alla storia degli uomini e della loro vita collettiva in spazi condivisi non è una opzione culturale ma una forte esigenza di sopravvivenza.

Pandemia, guerra e crisi energetica stanno cambiando il modo di usare e vivere la città: la domanda dei cittadini di  nuovi modelli di vita, di lavoro, di comunicazioni ha trovato risposte autonome, spesso individuali,  di adattamento di un fai da te che  inesorabilmente cambia il volto delle città. La qualità, la bellezza, la sicurezza hanno bisogno di regole ed a questo nuovo e difficile tema che l’urbanistica è chiamata a misurarsi, rinnovarsi lasciandosi dietro le spalle i dictat del passato. Strumenti diversi, agili, capaci di cambiare, osservando lo svolgersi della vita e indicando nuove strade di sviluppo.

Fabrizia Cusani ed Eugenio Santoro