di GIAMPAOLO SODANO

Edgar Morin ha scritto nel suo ultimo libro: “Non stiamo vivendo soltanto la crisi di una sinistra in rovina, la crisi della democrazia nel mondo intero, la crisi di uno Stato sempre più burocratizzato, la crisi di una società dominata dal denaro, la crisi di un Umanesimo sopraffatto da odio e violenza, la crisi di un pianeta devastato dall’onnipotenza del profitto, la crisi sanitaria scatenata dalle epidemie. Stiamo vivendo, soprattutto, una crisi più insidiosa, invisibile e radicale: la crisi del pensiero.” (Edgar Morin “Svegliamoci!” 2022, edizioni Mimesis).

E noi di ilmondonuovo.club vogliamo aprire una riflessione su questo tema, la ricerca di un pensiero politico che consenta agli uomini di buona volontà di impegnarsi per fermare la deriva culturale e politica della nostra società. Inoltre Alleanza Civica ha, a sua volta, aperto un “cantiere” che dovrebbe portare alla costruzione di una rete di associazioni e liste civiche: il progetto è “un nuovo soggetto politico”.

Abbiamo raccolto le idee di alcuni nostri collaboratori che troverete nella rubrica “l’intervista” con il titolo TRANSIZIONE. Sono Sergio Bellucci, Andrea Montanari, Erica Rizziato, Francesco Monico, Franco Raimondo Barbabella, Mario Pacelli, Aldo Di Russo, Giuseppe Scaletta e Luca Martinelli, Diego Castagno.

A queste idee si aggiunge questo mio contributo.

1.Abbiamo alle spalle anni difficili della nostra storia. Dobbiamo fare memoria. L’accelerazione dei processi di trasformazione mettono in discussione valori e qualità. Le stesse forme della convivenza e della decisione collettiva sono messe in discussione: la democrazia, come l’abbiamo consolidata nelle costituzioni, è lesionata per l’emergere di luoghi decisionali esterni ed esenti dal controllo dell’espressione del consenso popolare. La fiducia nei partiti politici al minimo storico. La partecipazione ostacolata. La comprensione dei processi limitata. L’Europa non ha risolto l’insorgenza dei propri nazionalismi. E deve fronteggiare una guerra “zarista” e una crisi energetica. Territori e ambiente tornano in agenda con emergenze inedite che richiedono un ripensamento dello stesso “fare umano” e modelli di vita e consumo. Lo sviluppo delle tecnologie digitali, l’intelligenza artificiale, la robotica, la Blockchain, il metaverso cambiano linguaggi e produzione, lavoro e poteri. Siamo in una fase di Transizione.

2. Intervenire nel presente significa immaginare il futuro, ma questo non è un gioco di fantasia. È necessario ragionare – e dunque discutere – nella attuale fase di transizione per disegnare il modello di società che vogliamo.  Non si può “far politica” senza capire i trend della società e per proporre un percorso politico nel presente che apra la strada ad un futuro migliore. Se il sistema dei partiti si occupa d’altro, pensiamo che reagire sia dunque necessario.

3. Nonostante i conclamati propositi di invertire il sistema politico-commerciale che per secoli concesse ad una minoranza di stati di dominare e sfruttare le risorse naturali del pianeta creando un significativo vantaggio di produzione industriale (il cosiddetto imperialismo coloniale), la nuova ideologia liberistica si è dimostrata incapace di affrontare nuove esigenze: 

–        superare il rallentamento del commercio mondiale, l’entrata a pieno titolo dell’area indo-pacifica nel gruppo di punta e decisionale nel neo-multipolarismo;

–        prevenire e affrontare adeguatamente e l’emergenza sanitaria e la crisi climatica;

–        dare soluzione alla questione femminile che ha connotati di inciviltà nell’occidente e di barbarie in tanti paesi;

–        non limitarsi a subire le diverse dinamiche demografiche (tra paesi normalmente indicati come “ricchi” e paesi ancora lontani dallo sviluppo).

Temi che sono alla base di altri fenomeni che appaiono di difficile soluzione: invecchiamento da una parte, fenomeni migratori e urbanizzazioni incontrollate dall’altra; formazione di sistemi del consenso e del dissenso determinati da iper-sinteticità che hanno spinto alla formazione di centri di potere e di indirizzo delle opinioni che sfuggono, prima che al controllo, alla formazione ponderata dei pareri che sono basici per l’assunzione delle decisioni.

4. In sintesi, due fenomeni hanno sconvolto la società contemporanea:

–        la finanziarizzazione dell’impresa e i nuovi colonialismi;

–        la digitalizzazione che ha dato accesso a nuove opportunità cognitive ma ha anche rotto i sistemi di mediazione culturale e politica; sono queste le forze sotterranee che stanno determinando gli accadimenti di questa fase.

5. La crisi finanziaria del 2008, a cui sono succedute la crisi pandemica e quella della guerra Russia-Ucraina, il conflitto/competizione USA-Cina hanno generato la fine del processo di globalizzazione. La fine degli equilibri legati alla globalizzazione sta generando la creazione di nuove strutture geo-economiche multipolari che stanno segnando il tramonto delle forme del vecchio dominio. Nel dibattito politico, spesso ci si sofferma sulla dimensione finanziaria di tale processo – che rappresenta sicuramente l’innesco del processo- trascurando le forme delle nuove strutture e geografie economiche, le catene di approvvigionamento (materie prime, energia) necessarie alla “produzione distribuita”, i mercati di riferimento delle merci prodotte, l’accumulo di conoscenza che ne deriva (centri di ricerca pura e applicata) e le conseguenti forme di potere che ne derivano.

6. Sappiamo, invece, che proprio la crisi apertasi nel 2008 ha accelerato il confronto per il mantenimento dell’egemonia del modello (occidentale) o la ricerca di nuove e diverse forme di relazioni (Cina). In sintesi, gli USA hanno tentato di consolidare le forme e le strutture di funzionamento della globalizzazione prodotte dopo la caduta del Muro di Berlino; la Cina ha perseguito la strategia di farsi partner di tutto il mondo “trascurato” dall’Occidente, attraverso una strategia di scambi commerciali in cui entrambi i soggetti ricavino il loro margine “esplicito”. La differenza tra il modello USA e quello cinese è esemplificato dalla differenza tra Amazon e Alibaba.

7. È parte ineludibile di una riflessione sullo sviluppo della politica italiana valutare il fattore di grave discontinuità e di complessità rappresentato dalla guerra insorta, nel cuore dell’Europa, tra la Russia, potenza nucleare di invasione, e l’Ucraina, stato sovrano e organizzato democraticamente. “Una guerra che emerge da una rottura degli instabili rapporti tra aree geopolitiche e nazioni determinata dai processi di rottura della globalizzazione e che spinge alcune élite nazionali a ripercorrere l’idea che sia necessario l’uso delle armi per determinare nuovi rapporti di forza, annettersi territori e risorse, affermare nuovi rapporti geopolitici ed economici. Sia nelle dimensioni delle politiche delle cosiddette soft-power sia nelle operazioni militari di interi paesi come nel caso del rapporto Cina -Taiwan. Le instabilità generate dalla rottura degli “equilibri” della globalizzazione necessitano di un di più di politica e di una riduzione dell’idea di uso della forza militare, soprattutto quando in gioco riemerge la possibilità dell’uso di armi nucleari.”

8. Stiamo affrontando una sfida che è riduttivo chiamare economica, sanitaria o climatica perché è anche una sfida filosofica nel senso che il modo di pensare deve guidare e precedere le scelte, la cultura è il farmaco idoneo alla cura, è quello che a noi manca, è la causa prima della crisi, ma è ciò che è necessario e indispensabile per affrontare le incognite di un mondo che cambia e nel quale dovremo costruire una “nuova stagione”.

9. L’Italia è in emergenza. Il crollo dei partiti che hanno fondato la Repubblica e la polverizzazione delle culture del ‘900 è stato guidato, in nome di una falsa rivoluzione etico-sociale, da una crisi indotta che ha avuto i caratteri di un  colpo di stato alimentato, nel mondo irreversibilmente multipolare, da congregazioni di interessi interni ed esterni, sostanzialmente ostili alla democrazia rappresentativa e tendenti a sostanziare nel tempo una ridotta capacità dei partiti e movimenti politici a creare stabili identità collettive. I tentativi di far rivivere i partiti annientati dalla crisi del 1993 sono per lo più falliti.

10. Anche il modello europeo del welfare state è entrato in crisi quando ha fatto prevalere negli anni ’90 (e nel primo decennio del millennio) la finanziarizzazione dei sistemi industriali rispetto all’economia reale, favorita da un liberismo divenuto ideologia convinta della sopraggiunta “fine del mondo” politico. Perché capace, con una straordinaria deregulation, di distribuire meglio la ricchezza nel mondo asimmetrico ed iper-popolato. Sia pure pagando lo scotto di una crisi del sistema multilaterale a favore di nuove e confuse sovrannazionalità governate dalla tecnocrazia finanziaria e favorita da forme oligarchiche dei nuovi poteri digitali.

11. In questo quadro appare necessario colmare il distacco tra cittadini ed istituzioni, di cui l’assenteismo elettorale è un importante segnale. Ciò significa restituire alla comunicazione pubblica (oggi occupata dalla politica) il ruolo di accompagnamento sociale nella cultura della spiegazione e contro il pesante analfabetismo funzionale. 

12. Comunità e la coesione sociale nascono dalla intelligenza collettiva, dalla capacità di stare insieme e insieme ricercare, scoprire, conoscere. Abbiamo la consapevolezza che siamo ciò che sappiamo.

13.Società e istituzioni. “Ricostruzione” significherebbe cercare di riportare le cose a come erano prima. Ma questo è proprio quello che occorre evitare di fare. La “Resilienza” è come il colesterolo, c’è quello buono e quello cattivo. Le potenzialità delle tecnologie digitali di usare i dati per compiere delle scelte devono passare dalle mere applicazioni di marketing alla politica, alle decisioni dei e sui beni comuni e ribaltare la logica centralistica che porta le decisioni in aree al vertice sempre più ristrette e lontane dalle città e i suoi abitanti. Le potenzialità delle nuove logiche tecnologiche (il 5G, l’Edge Computing, le Blockchain, gli NFT) aprono alla possibilità di riorganizzare relazioni, decisioni, affidabilità come non era mai stato possibile ipotizzare, utilizzando fino in fondo il loro potenziale di funzionamento decentrato e garantito. Queste “logiche” abilitano a nuovi modelli di welfare andando oltre il semplice “sostegno alla domanda” o “offerta di servizi”, rendendo il vivere a minor impatto e consentendo una ripartizione della spesa sociale diversa e più eguale, puntando alla ricostruzione di relazioni consapevoli tra uomini e tra uomini e pianeta. In altre parole, indicando un porto sicuro verso cui orientare la rotta individuale e collettiva.

14.Scuola e lavoro. Se volessi spiegare come era il mondo vecchio dovrei provare a descrivere un mondo dove il virtuale non esisteva, l’immaginazione era un esercizio personale che solo a volte diventava collettivo e il privato non diventava quasi mai un fatto di interesse pubblico. Nel mondo da cui veniamo la maggior parte delle cose nascevano e morivano, senza lasciare traccia, tranne i fatti di grande portata, come l’Italia che vince i mondiali del 1982 in Spagna o il muro di Berlino che cade sotto i colpi di martello della storia. Nel mondo di oggi le foto sono dati scambiabili, tracciabili, e soprattutto, indelebili.

15.Il mondo vecchio era fatto di persone che producevano manufatti. Le persone di oggi producono bisogni, opinioni e idee e creano macchine proprio perché producano i manufatti che servono a soddisfare i bisogni, che a loro volta evolvono e assumono differenti dimensioni. Il valore dell’informazione è divenuto centrale nella società digitale.

Se la macchina non sarà mai in grado di sostituire l’uomo è proprio perché la macchina non si ammala, non ha bisogno di cibo o di riposo. La macchina non si compra una borsa nuova né va a mangiare fuori con gli amici, quindi non genera economia, né nel mondo virtuale né in quello reale. Ammesso che questa distinzione abbia ancora senso in futuro.

Forse possiamo immaginare come potrebbe essere il mondo di domani, ma sappiamo che sarà un mondo diverso da quello in cui abbiamo vissuto. Dobbiamo chiederci che mestiere faranno i ragazzi che oggi vanno a scuola, oppure possiamo chiederci dove vivremo, come saranno le nostre case e con quali mezzi ci muoveremo per andare da un posto all’altro.

16.Cosa c’entra il metaverso con il lavoro e la scuola? Con la realtà aumentata posso lavorare da remoto o posso reinventare tutto un mondo di oggetti che da reali devono diventare virtuali per essere scambiati nel nuovo ecosistema che è oggi sia reale che virtuale.

Forse è arrivato il momento di chiedersi se la scuola debba tornare a formare persone e non lavoratori. Potrebbe essere un’idea utile anche alle imprese, si diceva che servivano competenze per far crescere il sistema produttivo del paese, e che il sistema scolastico dovesse formare risorse umane con le competenze necessarie per essere subito inserite in processi produttivi. Ma il mondo cambia sotto i nostri occhi e l’innovazione è più veloce di un programma scolastico.

17.L’innovazione corre e le competenze diventano obsolete senza l’opportuna manutenzione, quindi serve formarsi per tutta la vita, e serve sapere come fare. Questo non vuol dire che la scuola può permettersi di ignorare il mondo del lavoro, ma vuol dire che scuola e lavoro devono lavorare assieme, pensando che lo studio che si fa da ragazzi non vale per sempre, come era nel mondo che non c’è più e che il lavoro si impara lavorando.

18.Il lavoro non è più un posto ma un percorso: oggi si studia per tutta la vita e la formazione è il primo degli investimenti sia per le persone che per le aziende. Che lavoro faranno i ragazzi che oggi vanno a scuola lo scopriremo più avanti.

19.Allora dialoghiamo, e non pensiamo che il problema sia economico, storico, politico, o semplicemente organizzativo, il nostro problema principale è filosofico, manca una visione del mondo da tradurre in paradigma e da articolare in politica, organizzazione, economia come conseguenza di una visione che non c’è. Manca una epistemologia che avvolga ed ispiri. Senza di questa, i paraocchi ci faranno vedere solo il nostro pezzetto di strada e perderemo la possibilità di intercettare per tempo in prossimo virus.

20.In Italia scorrazzano indisturbati personaggi nominati dagli “oligarghi” che siedono in Parlamento da dove raccontano favole a cui il popolo, o per lo meno la parte che ne condivide i modi, crede. Parlano del danaro pubblico come di un pozzo senza fondo a cui attingere senza regole, il debito per l’avvenire. Me lo devi dare perché è meglio per te, sembrano dire alle autorità internazionali. Se si seguisse questo metodo non si chiamerebbe finanziamento, ma “pizzo”. Occorre costruire una credibilità e non con gli uomini, ma con i fatti. Occorre un progetto. Quale società domani.

21.La crisi della politica è crisi della cultura politica, crisi di classe dirigente, lo sappiamo e troppe volte lo abbiamo detto, le menti pensanti, le arti e le scienze, il mondo della cultura si è ritirato in casa molto prima del lockdown, ora dobbiamo “costringerli” ad uscire, abbiamo bisogno del loro pensare. È urgente elaborare un nuovo pensiero politico.

22. Se la crisi della politica è prima ancora crisi culturale, per rinnovare la democrazia c’è bisogno di più cultura e più idee.  E soprattutto della partecipazione dei cittadini, per difendere i diritti di libertà e i diritti dell’ambiente, una risorsa al servizio dei cittadini per garantire salute e sicurezza. Territorio e tecnologia, un binomio inscindibile per rinnovare la democrazia e lo sviluppo economico.

23. E la democrazia ha bisogno dei partiti, sono indispensabili. Così come sono, in particolare, necessari quei partiti e movimenti che assumono il compito di rappresentare nella moderna società, industriale e post-industriale, le classi sociali impegnate nella produzione dei beni, i lavoratori, la classe operaia. I cosiddetti partiti di sinistra.

24. Nel nostro Paese questi partiti hanno una storia tormentata che ha attraversato un secolo. Grandi conquiste per i lavoratori, ma anche grandi tragedie. È arrivato il momento di farci i conti, proseguire sulla strada dell’equivoco, dell’ambiguità, della mistificazione non solo non serve a nessuno, ma si sta distruggendo quel poco che rimane di impegno civico, di partecipazione.

25. Le recenti elezioni per il rinnovo del Parlamento sono state un passaggio cruciale nella fase che stiamo vivendo. Per la prima volta nell’Italia repubblicana il governo nazionale sarà guidato da una formazione politica di destra di ispirazione postfascista a fronte di un’ampia area di opposizione divisa in diversi partiti antagonisti tra loro: una formazione nata alla vigilia della campagna elettorale tra due partiti che si definiscono liberaldemocratici, liberalsocialisti, riformi sti, cattolici, liberali cosiddetto terzo polo, una seconda formazione nata sull’onda di tangentopoli fatta di comunisti, socialisti, democristiani, prima ulivo poi partito democratico che già dal logo non si capisce cosa siano, il movimento 5 stelle fattosi partito populista intorno al nuovo leader giuseppe conte, un’alleanza tra ciò che rimane di quella che una volta era rifondazione comunista e uno dei tanti movimenti ecologisti verdi, e per finire una scheggia di quello che fu il partito di marco pannella. Tre su cinque hanno dichiarato una loro vittoria elettorale e il partito democratico ha subito convocato il congresso. Ed è partita la riffa per il posto di segretario.  Un panorama politico grottesco.