di TOTO MARUCCIO

Non sono uomo che si arroga autoreferenziali attribuzioni di meriti particolari. Ho sempre cercato di trovare, nella bilancia della vita, il corretto equilibrio tra cuore e ragione nel religioso riferimento del Libro di Salomone.  Evito facili battute goliardiche ma nella formazione di ognuno di noi ci sono sedimentazioni che l’inconscio difficilmente riesce a trattenere ed, a volte, fuoriescono prorompenti dal dimenticatoio delle nostre memorie. Le voci di dentro che implodono. Le educazioni famigliari, il credere o non credere, l’idealizzazione di una persona cara, un amore o l’Amore comunque evocato, scelte o non scelte , piccole o grandi frustrazioni.

Insomma, anche nel lasciarsi andare allo sfogo e nella rivendicazione per se stessi del diritto allo sfogo, si forma la storia. Riuscire a comporre il suo mosaico naturale con una corretta scelta cromatica è quello che fino a qualche tempo fa è avvenuto facendoci credere che tutto rispondeva ad una logica, ad un disegno e portasse, nel suo corredo, il segreto della immutabilità! 

Ti domandi e interpelli te stesso nelle tue quotidiane pillole di saggezza perché, e come, sia potuto avvenire tutto quanto stiamo vivendo, nella imprevedibile e veloce offensività degli accadimenti.

 In queste due stagioni di forzata domiciliazione, percorrendo le vie di una qualsiasi delle nostre città, nell’incedere incupito  dalle inquietanti presenze di saracinesche chiuse, ho spesso volto il mio sguardo liberatoriamente verso la luce, verso l’alto dei palazzi. Ed anche se non sono riuscito a scorgere fregi od effigia che mi riportassero ad un passato cui orgogliosamente potessi rifugiarmi, ho comunque vagato col pensiero. Una occasione ed una opportunità per riflettere.

Vengo in Grecia da più di quaranta anni. Ho una casa in una isola. Ho spaziato tra gli anfratti di questo Paese toccandone i monumenti e battendo la sua terra. Ho sempre pensato che, in qualche modo, mi appartenessero nel senso più lato della mia intima e forse naturale adesione a quelle terre, riportandomi a certe comuni origini come a condividerne il ricordo con una indefinibile persistente Presenza.

Una occasione per riflettere. Il Mondo Nuovo! Ho bisogno di un bagno purificatore per accedervi. Il mare greco mi è di grande aiuto per questo ma quando ne esci ti accorgi che le incrostazioni del passato ancora si fanno sentire, dure ad essere completamente eliminate per una più corretta presentazione di te stesso al nuovo mondo, che, nella sostanza, viaggia nella stessa direzione di sempre,il Futuro,ma deve essere percorso su coordinate diverse dal presente, laddove pensiero,digitalizzazione e metodologia,possano viaggiare insieme in un costante e perpetuo divenire.

Figlio della Repubblica, frequentatore della democrazia, rispettoso delle sue regole, ho cercato me stesso nel dialogo trovando nel confronto costantemente praticato la realizzazione di un disegno tracciato quotidianamente e che vedeva negli altri la indispensabilità del cd work in progress della esistenza.

Mi torna alla mente “Susanna e i due Vecchioni” del Tintoretto al Kunst Historische Museum di Vienna che, come altri, possiamo aver ammirato. Magari sei stato maggiormente attratto dai Breugel che forse ne caratterizzano meglio l’interesse asburgico di quelle collezioni.     Perchè il richiamo?  I due vecchioni, posizionati diversamente, certamente distanti tra loro, curiosano impertinentemente le intimità della mitica Susanna. A parte il comune interesse di base, la prospettiva dei due è certamente  diversa ma non necessariamente confliggente.

Avverto, con la osservazione, la  necessità di un respiro lungo o corto a seconda delle circostanze. Un pò di ginnastica  yoga del pensiero.

Nella nostra casa di Grecia, Maria Antonietta, che parla e legge un pò di greco, un giorno mi porta in regalo “Il monogramma” (le parole greche sono sempre precedute dall’articolo) di Odisseas Elytis, premio nobel per la letteratura e un vero monumento per i Greci. Era, naturalmente, in greco ed avevamo parlato di lui nel corso di una interessante conversazione a cena, appena due sere prima, con amici che lo avevano conosciuto. Un accidente! Detto, fatto, mia moglie è fatta così e mi sta bene! Abbiamo trovato una soluzione incorniciandone elegantemente le pagine che sono stampate artigianalmente, e mettendole tutte su una parete. Debitamente sollecitato, ho anche cercato di interloquire sui contenuti e,Monogramma, sta lì ad imperitura memoria.

Se parli con un greco, questi ti risponde che, però, bisogna conoscere anche Constantinos Kavafis e Nikos Kasantzakis, cui Camus “fregò” il nobel. Sono nostri contemporanei, tutti morti nel 900. Ma sono la Grecia, ne costituiscono la parte aedica della moderna continuazione omerica, mai sopita nella storia di questo popolo che ha dimenticato qualsiasi sua espressione muscolare se non in quella, forte e ben più presente, della propria cultura.

Siamo andati a Chios. Bellissima isola. Alcuni tra i piu grandi armatori sono nati qui. Non so se vi sia effettivamente  nato anche Omero il quale non mi risulta fosse  armatore. Certo è che per raccontare di Troia, qualcosa di navi dovesse sapere…e qualche anno addietro Lo siamo andati a trovare.

E’ rimasta la sua “dascalopetra”. piccolo seggio curule , soprattutto intuito, in una sorta di giardinetto mal tenuto vicino ad una delle tante paralie(spiagge) di cui è disseminato ogni percorso in Grecia. A proposito, io sono astemio, ma a Chios si produce e si esporta la Masticha, un liquore tipo sambuca conosciuto ed apprezzato. Abbiamo alloggiato in un Archontikò, antica casa nobiliare,una ancient house di bella classe e di grande cura, con ottimo cibo, confortati da una amena distesa di agrumi e da un rassicurante manganos, ruota che serve per attingere l’acqua.

La Grecia va visitata, osservata, scoperta,e non va solo letta!

Non è certo un rimprovero,nè supponente annotazione. E’ un sommesso invito per chi, come me, ha avvertito la necessità di penetrare il tempo partendo da lontano, avvalendosi della lente di ingrandimento offerta dalla storia, e sorretta da Omero.  Sotto la coltre del tempo, basta un leggero movimento di labbra, un appena accenno di brezza soffiata, ed è sufficiente ascoltare perchè tutto, o tanto, come scrive Elitis, si lascia leggere, anche ad occhi chiusi.

Di fronte abbiamo la Turchia. Penso ad Erdogan. Penso alla nostra Italia ed alla nostra storia fatta di invasioni e di sottomissioni. I greci ci sono vicini non soltanto geograficamente. Hanno subito e sopportato 450 anni di dominazione ottomana. Oggi si parlerebbe di integrazione…  Hanno resistito e sono rimasti greci.

Siamo stati a Sparta, terra di grandi coltivazione di olivi e di ottimo olio. Gli imperatori bizantini, di schiatta veneziana, tali Paleologo,(… che non abbiamo incontrato) hanno fatto tutti la trafila in questo arroccamento bellissimo  collocato, nella nostra memoria di liceali consumati e consunti nelle ovvietà di certi insegnamenti, come esistente solo fino a quando Atene gli ha consentito di esistere!  L’analisi storicistica gli ha tolto, di fatto, mille anni., che non sono pochi! E quando stai lì, invece, ti dimentichi il Taigeto.

Ma ripensi anche alle stragi dei Turchi e, ancora una volta, ti fermi a Chios. Seduto sulla dascalopetra, forse Omero, cieco e preveggente, aveva distrutto Troia pensando a quello che i Turchi, proprio sulla sua isola, avrebbero fatto 2600 anni dopo, nel monastero di Nea Moni. Correva, come si diceva nel secolo scorso, il 1822 e i Turchi aspersero di sangue ogni mattone. Omero ne delegò il ricordo alle mani di Delacroix. Tant’è!

Quando salti sull’isola di Evia o Eubea da romano che va in Grecia, ci vai perchè ci sono le Terme di Silla ove giungi dopo aver percorso idealmente la Via Egnatia che ti avrebbe portato ad Alessandropoli o Plovdiv, come direbbe un bulgaro qualsiasi. Per noi che partivamo dalla Via Terme di Traiano della nostra residenza, era una tappa obbligata!  Osservi, e ti domandi se la misura di una civiltà possa essere necessariamente riportata a come e dove, nel suo perché, è passata la civiltà del fare, protetta dal diritto, intuita e realizzata dai romani con le loro strade. E i Greci, pastori allora come ora, osservavano!

Omero lascia alle proprie spalle le porte Scee di quella memoria, nel fumo persistente delle pietre bruciate da quella iniziale violenza della storia dell’uomo, per non tornarci più.

La sensazione che provi, trasferendoti da un villaggio ad un altro, o da Atene a Salonicco, non è mai quella di una evocazione di un passato violento. E’, come dicevo prima… soffi su una pietra e, attenzione, ti capita di arrivare a Verghina, quattro case strapazzate dall’incuria della abitudine a vivere di poco, e scopri una delle vere meraviglie del mondo, le tombe di Filippo il Macedone e dei suoi (non Alessandro che come tutti i figli decise di svernare altrove). Tutto, racchiuso in una realtà museale di grande livello. Il corredo, ori e argenti, non aspettano altro che di essere osservati, minuziosamente analizzati nel loro apparire, impudico per la bellezza unica e sfrontata. Oi barbaroi, macedoni montanari eppure barbari di grande classe che hanno informato di se’ e della grande vitalità alessandrina, il secolo d’oro dell’Ellenismo. Un Mondo Nuovo!

Omero, appena  400 anni dopo la sua insistente presenza su Chios, continua ad osservare nella sua apparente cecità.Lo stesso spirito di osservazione che ci ha fatto attraversare le tre migllia marine che la dividono da Izmir per poi accedere ad Efeso. Ma Efeso vale Troia, come Palmira o la Biblioteca di Alessandria. Altra storia nella storia.

Pensando a Silla ho bussato alla porta del Senato Romano. Cicerone, nella sua unica orazione a favore della parte civile Stato Romano, “Contra Verrem”, contenne ed espose le prove di quella colpevolezza, raccolte in soli sei mesi di indagine. Da Roma in Sicilia e ritorno. Fece la sua requisitoria e Verre, Governatore della Trinacria, venne condannato. E non fu giustizia sommaria. Sei mesi!   Siamo arrivati a Bonafede ,il quale, si badi, non è un luogo comune. Qualcuno ce lo ha dato: un regalo.  La magistratura ormai  fa le leggi,va oltre la loro applicazione, le ispira. Non si sposta da Roma e le canta ad un Parlamento attonito. Ha auto blindate, scorte, autostrade, decine di superinvestigatori… Quello, Cicerone, si spostava col cocchio, forse con qualche centurione. Mi punge vaghezza che  certi tempi della giustizia siano impiegati male e, questo, senza banalizzare o semplicizzare. Un problema di organizzazione e di strategie che non si può risolvere con Cartabia si o Bonafede no. Addirittura si è parlato di riforma della giustizia. Anche il modo è irriverente e inadeguato. Se c’è una cosa che non va “riformata” è proprio la giustizia, diventata allocuzione senza senso. Il discorso sarebbe troppo lungo e, sincreticamente, bisognerebbe andare al 24 ottobre 1989 e capire perchè quell’epocale riforma strutturale sia fallita. Era la struttura ad essere oggetto di modificazione.  In verità, quello che avverto è il disagio estremo che mi deriva dalla consapevolezza di essere stato messo in mezzo, compresso e schiacciato dai lucidissimi disegni di chi, invece, ben sa di non essere capace di altro.  Impossibilitato a far sentire la mia voce, rimango frastornato asino tra i suoni.

Alle  pillole di saggezza ovunque, e da chiunque, ormai, distribuite con estrema libertà, farei seguire una purga di cui il Paese necessita. Cinquanta anni di professione sono stati il migliore dei teatri dai quali ho attinto il piacere di misurarmi dando corpo ai riferimenti delle mie iniziali esperienze. L’aula era il teatro dove il confronto si realizzava facendo rivivere gli anni della formazione. Non ho fatto politica attiva, come si diceva una volta, perchè la facevo, eccome, in aula, interpretando il diritto per quello che deve essere: la voce dei tempi!  Socrate, Platone, Aristotele, li trovavi accanto a te. Dico queste cose con sincera naturalezza, ben sapendo di poter essere giudicato e si sa che “…dagli amici ti guardi Dio!”. Ma la Storia, quella individuale, è come un concerto a due o quattro mani e lo spartito viene letto all’istante. Ti accorgi, solo in quel momento, del valore dei “fondamentali”.

I Greci hanno i …fondamentali. Se andrai a Monenvasia, passando per Nauplia nel Peloponneso, ti accorgerai che ogni passo fa l’eco e quando la luna illumina il mare ti renderai conto di non essere solo! Ed il “dito” sul quale stai sembrerà muoversi al tuo respiro.

Ma l’anima di un greco si vede a tavola. Chi, come me e Maria Antonietta, ha avuto l’occasione di assistere ad un Paneghiri, a tanti, partecipandone  alla celebrazione religiosa, e poi sedendo alla stessa tavola del padrone di casa,sa di avere  assaporato l’autenticità di un gesto universale:l’amicizia.

 In Grecia si festeggia il Santo. Aghios Janni, Aghia Anna e tutti i santi che si immaginano e che hanno la fortuna di poter essere celebrati. Il Pope che si muove con la sua autorevolezza estremamente democratica. Il brodo di capra, il suo bollito, pite e sformati, pomodori e formaggi, non proprio cose leggere,ma odori che diventano profumi con i brindisi e la musica. Pensate, una volta sono stato al panegirico di Aghios Fanurios…da “faino” trovare, il Santo delle cose ritrovate!

Mangiare in una taverna. I Greci invitano poco perchè la legge del matriarcato vige e funziona. La taverna ti accoglie nella naturalezza di una semplicità antica e la tavola si riempie in continuazione di piccole portate, metzedes, ma innumerevoli. Nell’isola di Creta ho mangiato le lumache più buone della mia vita di buongustaio. Cotte sulla brace ed insaporite con una salsa verde al timo… Il paese, quattro case, mi pare si chiami Kritsa, ed è sopra Aghios Nikolaos, nella parte orientale di questa antica isola. Ci siamo andati perchè la ns amica che insegnava all’università di Salonicco ci aveva parlato di una chiesina, a tre navate, piena di affreschi. La cappella sistina della Grecia! Aveva ragione, tanto da contenere un affresco raffigurante San Francesco posto sotto un Dio Pantocrator impressionante nella sua rotondeggiante doratura…un affresco del trecento!  Un’isola fantastica, che sorprende e supera ogni aspettativa, dalla quale El Greco è volato nel suo ricercare la migliore espressione dell’arte, in quel cinquecento pieno di appuntamenti per fare tappa, la prima, proprio a Venezia, ove troneggiava quello stesso Tintoretto dei due vecchioni. Tutto torna ed i ritorni si realizzano proprio all’interno di quel contesto storico richiamato per la paura che tutto possa perdersi tra un Salvini ed un Letta,Meloni o tra un Conte ed un Grillo. Questi seminaristi della politica sono riusciti a dire messa dopo anni di praticantato pagato da tutti noi. Giannini che aveva anticipato, in qualche modo, Grillo, ebbe a dire a proposito del pericolo rosso Stalin dell’immediato dopoguerra, quando l’orda famelica del comunismo incombeva “Addavenì Baffone? Che venga, gli taglieremo i baffi e pure lui diventerà un Uomo Qualunque!”.

Giannini, forse, era stato in Grecia…..

Voglio concludere con questi versi, leggendo Kavafis: “Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, FERTILE in avventure e in esperienze……negli empori fenici indugia ed aquista…impara le cose dai dotti…e ricco dei tesori accumulati vi arriverai senza aspettarti ricchezze da Itaca ed Itaca non ti avrà deluso….aspettando i Barbari!”