di SALVO FLERES

Quella consegnata alla storia dalle urne lo scorso 25 settembre, per l’ARS, l’Assemblea Regionale Siciliana, doveva essere una legislatura tranquilla, forse persino scontata, dato che le previsioni di prima del voto, che davano in netto vantaggio il centrodestra, seguito dal “sicilianista” De Luca e dal PD, sono state interamente confermate dal giudizio degli elettori. 

Doveva esserlo, ma non lo sarà, per via del “combinato disposto” di una serie di fattori che hanno poco o nulla a che fare con le esigenze dei siciliani, che dovranno rassegnarsi ad attendere ancora, nonostante la guida della Regione sia stata affidata ad un uomo di lunga esperienza, come Renato Schifani, già Presidente del Senato, e che per la guida del più antico Parlamento del mondo sia stata scelta una figura giovane e dinamica, quella di Gaetano Galvagno, molto ben introdotta nelle dinamiche del “Palazzo”, ma anche in quelle del suo partito, Fratelli d’Italia, che ha mostrato di sapere bene cosa fare, tanto da ottenere contemporaneamente la guida del Governo nazionale, quella del Senato, numerosi ministeri di prim’ordine, ed altrettanti assessorati regionali a Palermo, oltre che, appunto, la guida dell’ARS.

Non tutte le ciambelle, però, riescono col buco, e quando il diavolo ci mette la coda anche le cose più semplici diventano difficili. 

In questo caso di diavoli in campo ne sono scesi parecchi e governarne le capriole ed i capricci non sarà affatto facile né per Schifani, a Palazzo d’Orleans, né per Galvagno, a Palazzo dei Normanni, che tuttavia hanno preventivamente messo in campo alcune contromosse, come dimostrano gli “aiutini”, ricambiati, già ottenuti nella composizione “anomala” dell’ufficio di presidenza dell’Assemblea Regionale Siciliana. 

Ad interpretare il ruolo di Lucifero, o se preferite di Belzebù, sono, nell’ordine, il coordinatore regionale di Forza Italia ed ex Presidente dell’ARS, Gianfranco Miccichè, che si è sentito tradito dai vertici nazionali del suo partito e pure da Schifani, con il quale non c’è mai stato un particolare rapporto di simpatia, l’ex Presidente della Regione, Musumeci, promosso al rango di “ministro alle varie ed eventuali”, dopo aver perduto la già svuotata delega per il Sud, ed il folletto, Cateno De Luca, che certamente non ha nessuna voglia di fare la pedina di chicchessia e pertanto cercherà di mettere a profitto la sua significativa e spregiudicata compagine parlamentare. 

L’insieme delle componenti di questo cocktail esplosivo ha determinato la nomina di due assessori non parlamentari da parte di Fratelli d’Italia, a spese della componente che fa riferimento all’ex Presidente della Regione, che ne recupera solo una, per giunta non particolarmente gradita, la spaccatura del gruppo di Forza Italia,  l’elezione di un vice Presidente vicario dell’ARS di opposizione, venendosi a determinare un potenziale di 7/8 franchi tiratori per Schifani ed il suo governo. 

Un’ipotesi non certo positiva, la quale più viene smentita dagli interessati e dalle interessate e più appare verosimile, anche per via del famoso detto latino secondo il quale: “excusatio non petita, accusatio manifesta”.

Ma non è tutto, c’è anche un problema di natura tecnico-aritmetica. Il fatto che in Giunta vi siano ben 10 assessori più il Presidente della Regione che sono pure parlamentari, infatti, provoca un notevole potenziale innalzamento delle assenze tra le file della maggioranza che parte da 40, ma rischia di ridursi prima a 33, per via dei mal di pancia di cui si è detto, da parte degli ex amici di Musumeci e degli amici di Miccichè e poi a 25/26, per via delle verosimili assenze dall’aula degli assessori-parlamentari, che non sempre potranno assicurare la presenza, dunque il numero legale e la maggioranza, se non che nei casi di stratta necessità e previa cogente e molto anticipata convocazione.

Insomma, la situazione risulta tutt’altro che semplice, le sfiducie possono essere in agguato, anche se prive di effetti concreti, e ancora non si è nemmeno iniziato a governare, ma soprattutto non si è messa mano né al bilancio della Regione, che presenta una condizione a dir poco disastrosa, né ai sottogoverni, che al momento dovranno attendere, con le ovvie conseguenze che questo determinerà tra le seconde e le terze file dei vari partiti. 

Se Sparta piange, Atene non ride, dunque, se la maggioranza ha i suoi problemi, la triplice potenziale opposizione non è da meno. 

Il PD soffre di una evidente crisi di identità e si vede tallonato dal Movimento Cinque Stelle, nelle cui file sarebbero stati individuati gli “aiutini” di cui ha goduto la maggioranza, mentre la compagine di De Luca ha già, di fatto, manifestato una certa propensione verso forme più o meno palesi di collaborazione pseudo-governativa. 

Insomma, senza voler troppo girarci intorno, la maggioranza alla Regione Siciliana è nelle mani della minoranza e questo rischia di provocare problemi a diversi livelli, con il pericolo che le annunciate riforme dovranno fare i conti non con le dinamiche dei vari partiti, né delle rispettive correnti, com’è sempre accaduto, ma con gli stati d’animo dei singoli deputati, che sono settanta e che provengono da nove province al cui interno si sviluppano conflitti che non potranno non produrre effetti anche sulla politica regionale.