di FRANCO D’ALFONSO

Giorgia Meloni  ha fatto un ottimo discorso alla Camera dei deputati. Se lo avesse fatto prima delle elezioni, le avrebbe perse.

Un ottimo discorso perché :

  • Si è data un profilo istituzionale repubblicano con le reverenze verso Mattarella e Draghi e l’idea di fare le riforme con l’opposizione “se non pregiudiziale
  • Ha tenuto una posizione di politica internazionale atlantista filoamericana con parole chiarissime
  • Ha dato ad intendere di voler guidare un governo che si muove in assoluta continuità con chi lo ha preceduto, vale a dire il governo al quale unica si è opposta senza se e senza ma;
  • ha delineato una strategia di gestione dell’emergenza con al centro gli equilibri di bilancio e il contenimento del debito, rinviando a data da destinarsi le parole d’ordine elettorali di Berlusconi e Salvini tasse e pensioni, dimostrando molto più cervello di Liz Truss
  • Ha compiuto un passo significativo di smarcamento dal passato con un inciso nel suo discorso: “mai provato simpatie per i regimi, fascismo compreso
  • Ha lanciato la sua personale visione di “make Italy great again” citando i fondamentali buoni della nostra economia e del nostro bilancio pubblico (risparmio privato due volte il Pil, avanzo primario di bilancio da molti anni ) utilizzando il registro “risorgimentale”, che a qualcuno ha ricordato il socialismo nazionale di Craxi degli anni Ottanta, e non quello del revanscismo rancoroso
  • Ha riaffermato con chiarezza l’intenzione di operare dentro le istituzioni europee per cambiarle, con una decisa scelta di collaborazione.
  • In generale, ha fatto un deciso passo in avanti sulla strada del “cambio di denominazione” da Destra sociale (oggi già ribattezzata Destra democratica) a Partito Conservatore europeo

Si trattava di un discorso programmatico e non di un atto di governo e non poteva che avere un obiettivo di riposizionamento politico da esponente dell’opposizione storica a premier con una larga maggioranza parlamentare, obiettivo a mio parere centrato a un prezzo tutto sommato piuttosto modico.

L’inesistenza di una opposizione che dispone di una alternativa credibile, dopo essere stata uno degli elementi fondamentali della sua ascesa e vittoria elettorale, le ha permesso di condurre l’opera di riposizionamento post elettorale senza ostacoli: non ha dato appigli nemmeno dialettici all’opposizione parlamentare per polemizzare su nulla, grazie ad una sapiente operazione di dissimulazione, sfumatura e accantonamento apparente dei tanti elementi di divisione valoriale e politica, senza per questo averli rinnegati o realmente accantonati, come dimostra l’unico tono vagamente aggressivo da “Giorgia di lotta” sfuggito alla “Giorgia al governo” nel rivendicare un peraltro poco rintracciabile mandato popolare a “riformare lo Stato” in senso presidenzialista, con o senza condivisione con l’opposizione.

Si è trattato di una operazione di disinvoltura politica, di ottima fattura, che è nella tradizione della Destra italiana: senza voler riprendere il parallelo con il fascismo del 1922, non si può però non paragonare l’impostazione culturale e politica con l’esordio parlamentare del Mussolini primo ministro e non ancora Duce degli italiani. Il discorso di insediamento interamente teso a rassicurare il contesto internazionale, che riconduceva il revanscismo bellico alla diplomazia e annunciava la sospensione della violenza ; e il tentativo, molto più serio di quel che si creda, di pacificazione con i socialisti per una scelta antimonarchica, dopo i due anni di guerra civile e ascesa dello squadrismo;  sono esempi importanti, costitutivi di una cultura della Destra che ha al centro la conquista del potere e permette, una volta conquistato, la pratica di mutare radicalmente le posizioni politiche che le hanno permesso la conquista del potere senza sostanzialmente dover dare spiegazioni .

Se la Meloni avesse fatto prima del voto il discorso odierno, per ciascuno dei punti sopra esposti avrebbe perso elettori, probabilmente a sufficienza per perdere perfino le elezioni che l’opposizione a fatto di tutto per perdere :

  • Il profilo istituzionale le avrebbe alienato quella larga parte di voto populista antisistema, dai “no vax” ai “gilets jaunes” nostrani che sono passati dal voto 5stelle a FdI;
  • la posizione pro Ucraina le avrebbe fatto perdere i filo putiniani, notoriamente maggioritari nell’elettorato di destra italiana;
  • il “draghismo di destra” sulla politica di bilancio le avrebbe impedito di tenere insieme la coalizione con Berlusconi e Salvini e le loro “battaglie identitarie” su tasse e pensioni;
  • le parole sul fascismo le sarebbero costate il 3% secco di nostalgici e neofascisti che esistono, soprattutto nei suoi collegi elettorali di riferimento di Roma e Latina;
  • l’ “europeismo” dichiarato le sarebbe costato una quota di “sovranisti” che la propaganda sua e di Salvini, dai tempi di Monti ad oggi, ha alimentato ed ingrossato;

Ma la “svolta” di Meloni, come nella cultura della Destra, si lascia sempre la via aperta per tornare ai temi “primigeni”, come fece Mussolini con la violenza (“potevo fare di questa aula (..)bivacco dei manipoli (…) ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto) e con la “pacificazione” con i socialisti  (messo in minoranza dagli squadristi di Grandi al congresso di costituzione del Partito, cambia posizione dalla sera alla mattina) . 

Un osservatore mediamente attento non fatica certo a intravedere  un possibile “almeno in questo primo tempo” dietro ogni affermazione odierna della Meloni: istituzionale sì, ma si riafferma la falsità sui “governi non eletti” e sul mandato della maggioranza degli italiani, dimenticando che i voti della Destra sono sempre 12 milioni e quelli dell’opposizione sono sempre 14 milioni; continuità sì, ma su aborto e immigrati “dobbiamo applicare le leggi non applicate” che hanno provocato il disastro; equilibrio di bilancio sì, finché l’Europa ci dà i soldi e ci lascia fare, ma “guai a tornare al 2011” ; non mi piace il fascismo, ma nemmeno l’antifascismo militante ; europeista sì , ma come la Polonia e la Cekia .

Tutto questo per mantenere il suo asset principale, vale a dire la “coerenza”, a fronte dei giochi di palazzo di tutti gli altri, alleati compresi (“vado avanti anche a rischio di non essere rieletta”): coerenza “posizionale” e non certo sui contenuti, tanto che la si potrebbe definire una “molto determinata, ma non si sa a cosa”.

Insomma, la brillante operazione di Giorgia Meloni è a oggi soprattutto una manovra di dissimulazione ben riuscita, un adattamento pragmatico alla nuova posizione di Governo nella quale porta “la comunità discriminata ed emarginata della Destra”, che probabilmente riempirà di retorica e parole di miele, come fece l’altro primo ministro di Destra nel 1922 con “la magnifica gioventù di Vittorio Veneto”.

E’ possibile, forse perfino probabile, che l’odierna dissimulazione si trasformi in una svolta effettiva e mandi progressivamente in soffitta l’armamentario populista che l’ha elevata a Palazzo Chigi.

La partita è appena cominciata, ma se continua ad essere in campo una squadra sola, l’esito non sarà per niente gradevole.