di ERCOLE INCALZA

L’altalena sul collegamento stabile tra la Sicilia ed il continente dura ormai da tanti anni e, in realtà, anche e soprattutto per un problema di età, posso ammettere di essere abbondantemente “informato dei fatti” e, quindi, facendo una attenta e capillare analisi su tutte le proposte, su tutti gli studi, su tutti gli approfondimenti, mi convinco sempre più che in questo lungo e kafkiano percorso sempre, dico sempre, qualcuno ha cercato di vivere in modo gattopardesco la possibilità di realizzare un simile collegamento. Devo dare atto l’unico momento che pensavo risolutore e quindi capace di trasformare una idea in un’opera è stato quello in cui:

  • il Parlamento, su proposta del Governo, ha approvato la Legge 443/2001 (Legge Obiettivo) al cui interno c’era un apposito Programma delle Infrastrutture Strategiche; in tale Programma era prevista la realizzazione del collegamento stabile sullo Stretto
  • nel 2002 la Unione Europea ha avviato i lavori per la definizione delle Reti TEN -T (Trans European Network); tali lavori sono stati coordinati dal Karel Van Miert e nel 2004 sono stati identificati 29 Corridoi comunitari con la elencazione dei vari interventi. Le Reti TEN -T sono state approvate dal Parlamento Europeo nel 2004 e contengono integralmente la proposta del ponte sullo Stretto. In tal modo la Unione Europea non solo approvava la scelta progettuale ma ne garantiva la copertura finanziaria fino al 20% del valore dell’opera
  • dal 2002 ha preso corpo il lungo itinerario progettuale a cura della Società Stretto di Messina (società formata dalle Ferrovie dello Stato, da ANAS, dalle Regioni Calabria e Sicilia); è stata effettuata apposita gara internazionale, è stata aggiudicata ad un apposito consorzio di imprese e si è passati alla fase del progetto esecutivo e del contestuale ottenimento del complesso processo autorizzativo
  • tutto quindi era pronto per dare avvio all’opera, tutto era supportato da apposito Piano Economico e Finanziario (PEF)
  • poi, nel 2011 il Governo Monti ha messo fine a questa grande sfida progettuale, a questa scelta strategica che regalava al Mezzogiorno finalmente una infrastruttura capace di ridimensionare la sua assurda ghettizzazione 

Ho voluto evitare i vari e complessi passaggi imposti dalle non facili procedure del nostro sistema Paese, ho voluto evitare la elencazione dei vari atti con cui emerge la condivisione dell’opera da parte della Unione Europea, ho voluto evitare la elencazione dei vantaggi socio economici prodotti dalla realizzazione dell’opera, perché penso non abbia senso raccontare ciò che è possibile visionare direttamente prendendo in esame la enorme, ripeto enorme, documentazione che la Società Stretto di Messina ha accumulato in tutti questi anni. Una documentazione tecnica carica di approfondimenti ingegneristici di altissimo valore scientifico, una documentazione capillare sui vari impatti nei contesti territoriali di Messina e di Villa San Giovanni e di Reggio Calabria, una documentazione sulle varie procedure contrattuali per garantire la sistematicità delle risorse. Tutta questa documentazione è attuale, una progettualità del genere non rischia fenomeni di obsolescenza in soli cinque – dieci anni e anche se ciò accadesse l’aggiornamento può avvenire in pochissimi mesi. Ebbene, mi chiedo perché prima di inseguire il nulla, prima di cadere in gratuite masturbazioni ingegneristiche, il Governo non abbia sentito il dovere di aprire subito un confronto con chi in questi anni, come dicevo all’inizio, ha trasformato una idea in un’opera realizzabile.

Allora scatta un dubbio: ancora una volta si vuole giocare la carta della schizofrenia tipica di chi da sempre ha preferito “non fare” qualcosa che cambiasse il Mezzogiorno; prima però il confronto era solo tra idee, tra possibili obiettivi, tra ipotesi, dal 2011 esiste un prodotto infrastrutturale che potrebbe partire concretamente entro sei mesi e, quindi, un comportamento schizofrenico e gattopardesco non è più accettabile.

Mi permetto solo di anticipare una denuncia: fra un anno, fra due anni, fra tanti anni continueremo a dibattere su questo tema allontanandoci sempre più da una soluzione progettuale pronta e a quel punto penso tutti saremo convinti che questa volta, con la potenziale disponibilità delle risorse, con un progetto già approvato dalla Unione Europea, con una proposta ecocompatibile, con un prodotto coerente al massimo alle condizioni poste dalla Unione Europea per accedere al Recovery Fund, il mancato avvio del progetto assume tutte le caratteristiche di pura ed inequivocabile malafede istituzionale.