Il logo di questa rubrica riporta l’elaborazione grafica per un bozzetto di Umberto Brunelleschi destinato a un’edizione dell’opera Turandot: è per questo motivo che si dà inizio a queste proprio con la storia della giovane figlia dell’imperatore cinese Altoum.

All’enigma spetta senz’altro il riconoscimento di componimento enigmistico più elevato. Esso è certamente presente in tutte le letterature di ogni tempo e di ogni popolo; in Italia, prima di acquistare una dignità formale oltre che sostanziale, quale quella dell’Ottocento e ancor più del Novecento, esso rimane, ancora in nuce, in formulazioni che sanno soltanto di domande bizzarre.

Anche i famosi enigmi di Turandot non si discostano da tale schema: la favola ha per protagonista questa crudele fanciulla orientale ostile agli uomini cui mostra di concedersi soltanto se saranno capaci di penetrare gli enigmi che ella propone.

L’Edipo di turno è il Principe Calaf il quale si dichiara pronto a sostenere la prova che, in caso negativo, lo condurrà alla morte. Sono questi i tre fatali enigmi (sarebbe meglio dire “domande enigmatiche”):

«Qual è la creatura che appartiene a ogni terra, è amica del mondo intero e non saprebbe tollerare una sua pari?».

«Qual è quella madre che, dopo aver messo al mondo i propri figli, li divora uno dopo l’altro?».

«Qual è l’albero le cui foglie sono tutte da una parte bianche e dall’altra nere?».

Il Principe Calaf non ha alcuna esitazione a fornire le soluzioni: il sole, il mare (la cui acqua dà vita ai fiumi riassorbendoli alla fine del loro córso) e infine l’anno (le foglie rappresentano i giorni, per metà illuminati dal sole e per metà avvolti nel buio).

Altra cosa sono gli enigmi moderni, così come quelli di Stelio (pseudonimo di Giovanni Chiocca) un enigmista toscano dello scorso secolo: quello che segue (1947) è stato a lungo considerato un “pezzo forte” della moderna poesia enigmistica. La sua soluzione è la lavandaia.

MADDALENA

Ti accosti (è il giorno antico delle Ceneri)

alla pila nell’ombra, dove trema

l’acqua lustrale: ancora ti richiama

un desiderio umano di purezza

e forse pesa al tuo destino l’ora

del capo che s’imbianca. Di una lenta

giornata mercenaria ti rimane

una immonda memoria delle cose,

la pietosa miseria della carne.

Ora curvi i ginocchi, ti confidi:

«Sono stanca del mondo…» e nel lamento

tu pieghi il capo e lasci che fluisca

l’ultimo pianto sulle fredde mani.

Ma già nel vento è un candido svolio

di primavera.

Pur avendone già rivelato la soluzione, non sarà comunque superfluo offrirne una lettura in chiaro: per le «Ceneri» il riferimento è quello della cenere un tempo utilizzata per il bucato; la «pila» è quella della biancheria disposta una sull’altra in attesa del lavaggio; il «desiderio umano di purezza», naturalmente, è l’intento di pulizia che muove il lavoro della lavandaia vòlto all’imbiancare del capo di biancheria (il «capo che s’imbianca»); è «stanca del mondo», la lavandaia, è stanca, cioè, del lavoro di pulizia che l’affatica; ora la donna piega il capo di biancheria, lascia scorrerne l’acqua disponendolo a sciorinare.