di ENRICO PANAI

Perché avere il solo Elon Musk al comando di Twitter è un problema? Non per Elon Musk, né per Twitter. Il problema è il controllo di uno spazio pubblico da parte di una sola persona o di un gruppo ristretto di persone. Il problema è la governance. Quello che sta diventando un tema di discussione su una piattaforma sociale, Twitter, dovrebbe diventare l’argomento principale della discussione all’interno della Unione Europea per tutte le grandi piattaforme: Facebook, Instagram, TikTok, etc. Queste piattaforme non sono tecnologie in senso stretto; non sono strumenti con i quali noi interagiamo con il resto del mondo. In un’epoca in cui confini tra cioè che è offline e ciò che è online sono sfocati, le piattaforme sono il mondo. Sono ambienti, spazi pubblici nei quali alcuni utenti interagiscono con altri utenti. Utenti, si badi bene, e non persone. Perché in questo spazio gli utenti possono essere umani o artificiali. E allora si scopre che le relazioni esistono non solo tra umani, ma anche tra umani e robot (o meglio bot, cioè robot senza il corpo). Fino ad arrivare a dialoghi che sono completamente artificiali: bot che parlano con altri bot.

Capire che queste piattaforme sono ambienti e non tecnologie è primordiale per capire chi deve scrivere le regole e farle rispettare. Si immagini un giardinetto pubblico, con giochi per bambini e panchine. In questo ‘ambiente’ ognuno ha il diritto di ritrovarsi, con il rispetto degli altri.  Nessuno immaginerebbe che a decidere chi debba risposarsi sulla panchina sia il fornitore delle panchine. Nessuno accetterebbe che a scegliere quale bambino possa usare l’altalena sia il produttore dei giochi. In questi ambienti non decide il possessore dello strumento, ma un apparato democratico superiore.

Quando nel gennaio 2021 l’account di Donald Trump venne bloccato permanentemente da Twitter, molti democratici occidentali si dichiararono appagati da quella scelta. Era il modo di non inquinare e avvelenare il dibattito. A parte il piacere immediato, simile a quello che si prova in un giardino pubblico quando la polizia ferma un molestatore ubriaco, il problema era un altro. Con quale autorità Twitter bloccava un account? Come si è deciso? Con quale autorità?

Quando non ci sono risposte a queste domande, il rischio di arbitrarietà diventa altissimo. Ieri è stata fatta una scelta apparentemente giusta, domani verrà fatto un disastro se la governance di questi ambienti non verrà delegata ad organi democratici.

Qualcuno potrebbe obiettare che il pubblico non deve intromettersi nel privato. Di fatto internet non è materiale e deve restare libero; quindi, c’è chi si spinge a declamare “fuori il pubblico dal cyberspazio”. Questo ragionamento è valido fino a un valore discriminante, una soglia etica. Superata quella soglia, l’ambiente diventa di carattere pubblico.

Per afferrare il concetto immaginiamo di spostarci dal cyberspazio allo spazio. Consideriamo ogni piattaforma come un satellite che gira intorno alla terra nell’orbita geostazionaria. Ora ipotizziamo che una fantomatica società spaziale Gwint decida di costruire un satellite enorme. La Gwint riesce a offrire molti servizi, ma ha bisogno di sempre più energia per farlo. Allora decide di incrementarne la superficie dei pannelli solari. Ne aggiunge altri, tanti altri, finché questi pannelli bloccano l’arrivo del sole in un piccolo punto nel centro della Sardegna. Solo qualcuno nelle campagne si rende conto di questa monetina d’ombra, ma senza troppa preoccupazione. I quartieri generali della Gwint stanno dall’altra parte del mondo, e dell’ombra non si preoccupa nessuno. Quindi si continua ad aumentare la superficie, e pian piano l’ombra di espande. Si allarga fino a coprire un paesino. E poi un altro. E così via fino a offuscare permanentemente tutta la Sardegna. 

Prima del satellite della Gwint, a nessuno davano impiccio i satelliti, perché erano in uno spazio libero e lontano. Perché la loro influenza sulla superficie terrestre era insignificante. Ma quando l’ombra inizia a estendersi, la dimensione del satellite diventa di livello pubblico. Nel momento che inizia ad offuscare la superficie terrestre diventa necessario l’intervento di un regolatore: dal primo centimetro d’ombra.

Allo stesso modo, nelle piattaforme sociali esiste una soglia per la quale la governance interna delle società non è più sufficiente. Serve un sistema democratico che intervenga per regolarne il funzionamento. Un ambiente nel quale ogni utilizzatore possa essere libero nel rispetto degli altri e dell’ambiente stesso.

Esiste una soluzione. Anche se le grandi multinazionali dei social network sono più potenti dei singoli stati, le unioni di stati (come, per esempio, l’Unione Europea) possono imporre una governance pubblica. In particolare, l’UE, che regola un mercato importante, dovrebbe prendersi la responsabilità di definire la soglia e di imporre una regolamentazione pubblica qualora questa soglia sia superata.

In breve, il cyberspazio è un ambiente nel quale i diritti di libera espressione devono essere garantiti e regolati da enti democratici pubblici. Elon Musk, e tutto quelli come lui, devono capire che lo spazio che ci offrono non è loro. Loro possono solo sfruttarlo economicamente, ma il demanio deve essere pubblico.