di MARIO PACELLI


Roma Capitale: è più di un secolo e mezzo che se ne parla, come emerso chiaramente nel corso del convegno internazionale promosso lo scorso anno dall’ Accademia dei Lincei. Le difficoltà nacquero già in occasione del dibattito svolto nel 1871 a Firenze, la allora capitale provvisoria, in occasione della discussione per il trasferimento della capitale nella città eterna: erano parecchi a ritenere che quel trasferimento fosse inopportuno in quanto la città comprendeva anche lo “Stato del Papa” allora un sovrano non molto amato. Le conseguenze di quei contrasti si fecero ampiamente sentire negli anni, nei decenni successivi: opere pubbliche realizzate con grande parsimonia, finanziamenti dello Stato solo con mutui contratti dal comune che presto si rivelò finanziariamente impossibilitato a pagarne le rate in scadenza, applicazione all’amministrazione comunale ed ai suoi (scarsì) poteri delle stesse norme valevoli per tutti gli altri comuni italiani, ben diverse da quelle necessarie per la capitale dell’ allora Regno d’Italia. Per fare un solo esempio, la realizzazione dei muraglioni per contenere le frequenti ondate di piena del Tevere furono completati solo nel 1929. Servì a poco il ricambio politico al vertice dell’amministrazione Capitolina, avvenuto nel 1907 con l’elezione del sindaco progressista Ernesto Nathan rompendo la linea di continuità delle giunte comunali della destra: migliorarono i servizi pubblici, furono costruite case popolari, si tentò di realizzare una zona industriale ma la parentesi durò poco: presto si ritornò all’antica situazione fino a quando nel 1926 fu creato il Governatorato della Capitale con un regime particolare che attribuiva alla amministrazione cittadina anche competenze statali. Fu il tempo di una nuova Roma Imperiale, la Roma degli sventramenti del centro storico e della costruzione della nuova sede dell’Università, della costruzione di una strada (Via dell’Impero) che tagliava in due gli antichi fori e della realizzazione di ospedali, scuole, edifici pubblici, della progettazione di un’esposizione universale nel 1942 in una zona, l’attuale Eur, prima zona paludosa, e della deportazione in periferie remote in baracche di legno di chi abitava nelle casupole vicino alle antiche mura romane.

Il regime fascista finì e Roma torno ad essere un comune come tutti gli altri. Altro che capitale della neonata Repubblica: ci vorrà più di mezzo secolo affinché fosse scritto nella Costituzione all’articolo 114 ma le conseguenze furono molto modeste: qualche leggina di trasferimento di poteri amministrativi statali, qualche intervento finanziario che consentisse all’amministrazione comunale di realizzare un minimo di opere pubbliche essenziali, anche per non fare una cattiva figura davanti al mondo intero, come avvenne per il Giubileo dell’anno 2000, ma nulla di più se non volgari improperi del tipo “Roma ladrona”. Il risultato per un’amministrazione comunale non sempre affidata a politici di grande livello è quello attuale: una città dove si attende molti giorni nella barella di un pronto soccorso per essere ricoverati in ospedale, dove i mezzi pubblici prendono fuoco per le scarsa manutenzione dell’azienda comunale dei trasporti,  dove verde pubblico significa spesso steppa desolata, dove i cinghiali razzolano tra i rifiuti lasciati nelle strade per carenza degli impianti di smaltimento, e l’elenco potrebbe continuare. E’ stata la vendetta degli spiriti degli oppositori di un secolo e mezzo fa a Roma Capitale? E’ stata la conseguenza di classe politica locale incapace di gestire i problemi di una grande città? E’ stato il timore dei partiti di perdere consensi a livello nazionale in quanto accusati di voler privilegiare un comune trascurando le esigenze degli altri? Forse è stato tutto questo ed altro ancora; ci sono però alcuni fatti nuovi che lasciano bene sperare. La prima commissione (affari costituzionali) ha approvato all’unanimità un progetto di legge costituzionale che demanda ad una futura legge stabilire finanziamenti per la Capitale ed il trasferimento ad essa di competenze statali, oltre che l’approvazione a maggioranza assoluta dei componenti del Consiglio metropolitano, sentita la regione Lazio, di competenze legislative ora esercitate dalla regione stessa e l’adozione di forme di decentramento. Una soluzione complessa, forse zoppa, che richiederà

qualche anno per giungere in porto, ma alla fine si giungerà (forse) alla realizzazione di una sorta di “distretto della capitale” sul tipo di quello stabilito per la capitale di molti paesi europei ed extra europei.

Sarà allora tutto più chiaro per i romani e per gli italiani a proposito delle responsabilità se dello Stato o dell’amministrazione locale per la carenza strutturale a Roma di impianti pubblici, di pubblici servizi, di un efficiente sistema infrastrutturale, di scarsa considerazione per il verde pubblico, di abitazioni per i ceti meno fortunati.

No, non sarà il nuovo Governatorato di un tempo, sia in quanto l’amministrazione comunale elettiva continuerà ad essere politicamente responsabile dei suoi atti dinanzi agli elettori sia perché la tutela dell’ambiente sancita recentemente nella Costituzione con la modifica degli articoli 9 e 42 varrà fin da ora a bloccare, anche in attesa della norme statali e regionali di attuazione del nuovo dispositivo costituzionale, ogni tentativo di manomettere l’ambiente diversamente da quanto avveniva in passato (e non solo durante il periodo del Governatorato basti pensare al talora esaltato abusivismo edilizio del dopoguerra in quanto autoproduzione).

Roma avrà finalmente le opere, servizi, impianti pubblici degni della capitale di uno dei paesi più industrializzati del mondo? Forse sì e tanto più facilmente se tutti i romani con la loro partecipazione alla vita democratica della città daranno il loro contributo in tal senso e non solo al momento del voto ma in ogni occasione in cui potranno far sentire la loro voce.