Un utile preambolo per una rubrica d’enigmi, anche

di RAFFAELE ARAGONA



Qui non si dirà certamente dell’enigmistica riferita all’errato, anche se purtroppo consolidato, significato nel quale essa viene comunemente e malamente intesa.

Non è mancata occasione a chi scrive di indicare l’equivoco tutto italiano generato dall’originaria adozione dell’aggettivo “enigmistica” nel titolo di una testata sostanzialmente di cruciverba; la quale, dopo 90 anni, continua le pubblicazioni settimanali con indiscutibile e meritato successo.

L’aggettivo ‘enigmistica’, usato allora impropriamente, nel 1932, prese a confondere il pubblico ignaro che fu portato ad attribuirgli un significato distorto, ben lontano da quello tradizionalmente riferito all’arte degli enigmi. L’invenzione americana del cruciverba (1913) si diffuse ben velocemente in Italia appropriandosi il termine ‘enigmistica’, senza giustificazione alcuna e senza che nulla potessero le sparute schiere di appassionati e cultori del vero enigma, quello nel quale c’è effettivamente qualcosa da svelare, qualcosa di nascosto e di ambiguo. È significativo, in proposito, quanto si verifica in altri Paesi, dove il gioco con le parole è comunque praticato (sia in termini di cruciverba che di manipolazione linguistica), ma in nessun caso per esso ricorre il termine ‘enigma’ (e derivati), se non riferito a un’attività che può definirsi “classica” di fatto e di adesione.

François-Xavier Fabre, Edipo e la Sfinge

L’enigma ha un sapore antico, dall’enigma della Sfinge proposto a Edipo fino a quelli proposti da Turandot; la sua presenza è continuata nei secoli con tanti autori che si dilettarono nella scrittura di versi dal doppio significato riuscendo anche a ravvivare i conversari svolgentisi nei salotti e nelle riunioni di Corte e furono tanti gli autori di composizioni enigmatiche: Leonardo da Vinci, Galileo Galilei, Antonio Malatesti, Giulio Cesare Croce, ad esempio.

Una scrittura a enigmi fu pure quella che pare rappresenti il primo esempio di lingua volgare, il cosiddetto “Indovinello veronese”, compilato da uno scrivano veronese a margine di un codice liturgico in pergamena redatto in latino. Il testo, forse scritto in momento di svago dell’amanuense, si riferisce alla scrittura con la penna d’oca:

Le molteplici e suggestive occasioni offerte dalla nostra lingua permettono di costruire composizioni che offrono una doppia possibilità di lettura. Ciò avviene attraverso l’adozione di una vera e propria contrainte consistente nello scrivere un testo che si riferisce contemporaneamente a due soggetti differenti; il testo, poi, può anche essere utilizzato come un enigma da spiegare.

La moderna enigmistica, da distinguere da quella così detta “popolare”, si fonda, infatti, sulla tecnica del “doppio soggetto”, che comporta il riferimento continuo e contemporaneo a due temi diversi avvalendosi delle molteplici e suggestive occasioni offerte dalla nostra lingua.

 Abbandonato il sistema dei termini primo, secondo, intero, lati, cuore, usati fino agli inizî del secolo scorso dagli appassionati di sciarade e di incastri, l’enigmistica adottò lo svolgimento cosiddetto “a sinonimi” mediante il quale, in un componimento in versi, venivano introdotti alcuni elementi in carattere corsivo: la loro sostituzione con appropriati sinonimi conduceva alla soluzione del gioco. Un altro sistema ancora in voga nei primi decenni di quel secolo fu quello “a diagrammi”, per il quale le parti da spiegare venivano sostituite da particolari caratteri tipografici (il più delle volte x, y, z ecc., corrispondenti a quelli usualmente usati per designare le incognite delle equazioni algebriche).

Attraverso questi successivi passaggi si è giunti alla forma moderna caratterizzata dal “doppio soggetto”: il gioco enigmistico presenta un duplice significato, uno apparente, risultante da una prima lettura in sintonia con il titolo, e uno reale, che ne rappresenta la soluzione. Quando non si tratti del semplice enigma, ma di un gioco tra quelli cosiddetti “a schemi” (sciarada, incastro, intarsio ecc.), la tecnica è quella degli “enigmi collegati”, per i quali ogni strofa del lavoro è come se fosse un singolo enigma: ogni parte, però, deve rispettare l’unitarietà del titolo. Così, attraverso omonimie, traslati, allegorie, espansioni semantiche più o meno spinte, gli autori di enigmi di oggi realizzano effetti sorprendenti.

Proprio per distinguerla dall’altra, questa enigmistica, pur rispettando canoni moderni, è stata definita “classica”, quasi a fissarne una nobile discendenza e stabilire naturali legami con un’affascinante tradizione letteraria.

La nobiltà, si sa, è sinonimo di élite e non solo nel senso qualitativo. Sono pochi, infatti, i cultori di quest’arte; essa richiede un approccio iniziale non semplice, ostacolato da complicazioni di nomenclatura e da una sorta di sperimentato scetticismo da parte di chi vi si accosta per la prima volta. Il bello, però, viene dopo, quando si incominciano a scoprire i segreti di questo “parlar doppio” e, se mai, anche il gusto di penetrare i misteri della dea Sfinge.

È ormai frequente l’attenzione che attenti osservatori di fenomeni linguistici, studiosi di semiologia ed esperti di comunicazione rivolgono al prodotto di quella che deve ritenersi una delle più antiche attività del pensiero: l’arte degli enigmi. A fianco di questa, poi, esiste ed è andato crescendo, in Italia come altrove, un particolare interesse per i giochi di parole in generale e per quella che viene definita “ludolinguistica” che molto spesso raggiunge livelli di raffinata piacevolezza. Ciò anche grazie all’appassionata opera di divulgatori come Giampaolo Dossena, Stefano Bartezzaghi ed Ennio Peres, curatori, tra l’altro, di seguitissime rubriche su quotidiani e settimanali, nonché di studiosi come Sal Kierkia e Giuseppe Aldo Rossi, nonché di Umberto Eco, il quale si è spesse volte e con maestrìa affacciato su questo mondo affascinante della parola giocata.

 

La contrainte, in generale, è la regola, la costrizione che caratterizza gli scritti della “letteratura potenziale”: l’Oulipo, Ouvroir de Littérature Potentielle, è il sodalizio fondato nel 1960 da Raymond Queneau (l’autore degli Exercices de style e di Les fleurs bleues), del quale fecero parte anche Georges Perec e Italo Calvino.

   
Raymond Queneau                Georges Perec                   Italo Calvino

Il suo fondamento sta nella considerazione che tutto l’esistente in letteratura nasce dall’adozione di regole ben precise, evidenti o meno, dure o morbide, dichiarate o non dichiarate, le quali permettono e conducono alla loro scrittura. Cómpito di questo gruppo letterario e dell’omologo italiano Oplepo (l’Opificio di Letteratura Potenziale, nato in Italia nel 1990) è quello di inventare nuove regole da adoperare in aggiunta a quelle già esistenti, dimostrandone l’utilità e l’essere fattore propizio per la scrittura di testi, al di là del tradizionale concetto di ispirazione.

Di questo e di tant’altro si dirà in questa rubrica nelle occasioni a venire.