di FEDERICO DE GIULI

Nubi sempre più fosche si addensano sulla vecchia Europa spinte dal vento rimontante delle destre sovraniste.

Mentre il male senza più veli si esibisce nei cunicoli di Azofstal, nelle code alle frontiere per sfuggire alle bombe e alle carestie, colpisce la cinica indifferenza con cui ci abituiamo ad ogni emergenza senza una reale capacità di organizzare una vera reazione.

Putin indossa la maschera di una Storia che, come tanti prima di lui, ha riscritto ad uso del suo personale delirio di onnipotenza. La guerra non è più, ormai, prerogativa dei soli Stati ma come nei tempi più bui di soldati di ventura, bande irregolari come le brigate Azof o i mercenari del Wagner group e di Blackwater, o ancora, degli eserciti del terrore islamista. Droni guidati da ragazzini in centrali a migliaia di chilometri di distanza dagli obiettivi, spiano e uccidono sconosciuti colpevoli processati da oscuri tribunali segreti.

Lo stato di Putin è una dittatura in mano ad un ristretto gruppo di oligarchi che mira ad estendere il suo potere oltre i propri confini affermando un deleterio principio di identità tra popoli e nazioni che naturalmente riaffiora ogni qualvolta i diritti e le regole di convivenza democratica e pacifica sono sospesi. La valorosa resistenza del popolo ucraino sarebbe impossibile se non sostenuta dai satelliti di Elon Musk e dall’abile propaganda mediatica di un presidente che ha saputo attirare la volubile attenzione del mondo dei social. Senza il consenso dei pochissimi superricchi a cui permettiamo di controllare i sofisticati meccanismi che regolano l’informazione nella rete, che determinano i nostri desideri, che orientano le nostre opinioni, non sarebbero bastate le sole armi fornite dalla NATO a fermare l’avanzata dell’esercito russo.

Il lento cammino con cui il male, l’odio e la guerra riaffiorano anche dove sembravano cancellati per sempre, ha origini lontane ma ha avuto una rapida accelerazione dopo la stagione degli accordi sul disarmo, del sogno della casa comune europea, della globalizzazione portatrice di democrazia. L’Eccidio di Srebrenica, la grande bugia architettata da Powell e Blair alle spalle delle nostre democrazie, l’orrore irrisolto di Guantanamo, la guerra asimmetrica al terrore in cui droni invisibili e missili di precisione hanno impedito di sentire ciò che gli occhi vedevano in forma spettacolare, sono state le prime avvisaglie di questo nuovo corso della Storia. E poi ancora, lo scoppio della più grande bomba convenzionale da 11 Tonnellate in una sperduta valle dell’Afganistan, la crudele guerra Cecena, dimostrano come la sproporzione del male non ha più neppure bisogno di pretesti per esibire la sua potenza tecnologica e il suo potere distruttivo. Non manca mai la materia prima per alimentare le guerre basta amplificare il dolore di Gaza, la repressione degli Uguri e dei Curdi, Le condizioni disumane dei Lager libici, le arcaiche leggi dei regimi Sciiti, i conflitti balcanici, le aspirazioni ungheresi…

Ciascuno di noi può trovare le radici del presente in epoche e luoghi diversi senza cambiare la sostanza dell’orizzonte che l’attualità ci propone.

Oggi tocca all’Italia dare un segnale e lo farà scegliendo tra l’innescare il vortice di caos in cui sta precipitando l’Europa vittima di un processo di disgregazione del progetto politico che, salvo la parentesi Iugoslava, ha garantito decenni di pace e benessere o conservare un fragile confuso immobilismo.

Per alcuni secoli le lotte dei popoli hanno imposto e difeso le costituzioni per limitare il potere dei governi e dei sovrani assoluti e tutelare l’esistenza di uno spazio pubblico dei cittadini in cui il rispetto delle opinioni e dei diritti universali fosse garantito. oggi siamo di fronte ad un nemico più subdolo che svuota questi spazi dall’interno catturando l’attenzione e sostituendo la piazza con i social.

Il populismo che forze esterne antidemocratiche e potenti interessi economici alimentano attraverso la superficiale dialettica della rete, ha ottenuto incredibili risultati come la Brexit. La spasmodica ricerca di un nemico riconoscibile, genera una miscela esplosiva, impedisce di vedere che non un governo cattivo, la sinistra o la destra, ma i meccanismi neutrali della economia finanziaria regolano le crisi, il prezzo delle bollette, gli spread sul debito attraverso il mercato dei futures e delle assicurazioni.

I tassi di rendita impoveriscono le città uccidono il piccolo commercio aumentando l’insicurezza nei quartieri, Il potere d’acquisto delle pensioni o dei nostri stipendi è messo a repentaglio dall’inflazione che si riprende come un boomerang i benefici del quantitative easing. L’efficienza del sistema produttivo richiederà di ridurre ulteriormente il numero dei lavoratori ampliando la base di cittadini semplici consumatori assistiti.

Ciò che mette in pericolo la nostra società non sono gli sbarchi di altri simili a noi che cercano un approdo di sopravvivenza e benessere quanto il raffreddamento delle relazioni sociali e la concessione ai padroni della rete del diritto di intermediarle per scopi commerciali.

Di fronte alla scheda elettorale dobbiamo porci la domanda su quale sia un argine possibile da contrapporre al declino incombente. Basta la riconferma di una classe politica incapace di decidere, imbelle di fronte all’affermarsi degli oligopoli tecnologici, alle crisi ambientali, all’ingiustizia sociale? Possiamo ridare fiducia ad un sistema senza valori che non ha prodotto progetti, che nell’emergenza epocale che stiamo vivendo si agita per salvare lo scranno?

Basta uno Stato più efficiente, che pure è indispensabile, senza porsi domande su un mercato che genera diseguaglianze crescenti e ingiustizie palesi in un’era di grandissimo benessere? Neppure Draghi, chiamato a salvare il salvabile con il carisma di chi ben conosce le leve del potere, si è sentito di guidare un paese incapace di assumersi responsabilità.

Ebbene, non saranno queste elezioni a farci uscire dai guai, la scheda elettorale non offrirà soluzioni ma al contrario mostrerà a ciascuno di noi, votanti o meno, che le Soluzioni vanno costruite pazientemente giorno per giorno.

Il Vero e unico argine è nel civismo responsabile, sia nella sua capacità di esprimere classe dirigente sia, e soprattutto, nella sua vocazione a fare comunità.

Il Vuoto rappresentato sulla scheda ci metterà di fronte alla nostra solitudine di cittadini e l’unica soluzione sarà votare contro; che sia la “Destra” che sia Il “Migrante” o il “furbetto del reddito di cittadinanza”. La stessa solitudine ci obbligherà, però, ad uno sforzo di responsabilità che si esprime proprio attraverso l’esercizio del voto. Per contraddittorio che possa apparire, andare a votare, questa volta, è un atto di protesta contro la nomenclatura che ha scippato la democrazia ma anche contro la tentazione di richiudersi nel privato e cercare di difendere un benessere che sta consumando il pianeta. Votare è rivendicare il desiderio, prima ancora del diritto, di esistere in una comunità.

Il senso principale del civismo é proprio quello di porre lo spazio del politico al centro, uno spazio aperto, collettivo, inclusivo ispirato ai valori costituzionali e del dialogo.

La libertà che è il valore che più di ogni altro ha determinato il successo delle democrazie occidentali è duramente messo alla prova da piattaforme tecnologiche che mediano la relazione degradando il rapporto virtuoso che lega i diritti individuali alle dinamiche di partecipazione ai processi collettivi.

La finestra temporale in cui la macchina decisionale europea ha ancora spazio per cercare di regolare il mercato e contrapporsi agli oligopoli e alle autocrazie dilaganti è strettissima. In assenza di regole efficaci solo la capacità di adattamento e la reazione dal basso delle comunità possono riuscire a difendere gli spazi di resistenza e partecipazione.

Il compito di noi civici è quello di attivarci ed attivare sempre più cittadini a partecipare, a raccogliersi attorno ad istanze puntuali per cercare di affermare nuovi e vecchi diritti a cominciare dalla difesa dell’ambiente.

Le elezioni sono un banco di prova ed una occasione per organizzarci meglio e spiegare la forza dell’unico progetto politico davvero alternativo che riparte dal locale per affrontare i grandi problemi che ci riserva il futuro.

È un peccato non avere avuto il tempo di mettere assieme una proposta elettorale riconoscibile ed autonoma ma l’epilogo di questa legislatura ha rafforzato, accanto allo sconforto, la consapevolezza che siamo sulla giusta strada e che dobbiamo fare di tutto per allargare la base di consenso al nostro metodo e alla nostra proposta. Sosteniamo i candidati civici che si impegnano a dare voce alle comunità, che sono presenti sui territori anche quando la loro elezione non appare scontata e non hanno la benedizione delle segreterie.