di FRANCO RAIMONDO BARBABELLA

La destra al governo fa la destra. Le opposizioni annaspano chiuse in sé stesse. Urge un percorso verso il partito riformista e un’alternativa credibile alla destra

Se la destra al governo compie atti di destra, perché meravigliarsene? La sinistra protesta ma non c’è, e anche qui meravigliarsene è atto di pura ipocrisia. Il mondo riformista a sua volta attende di diventare soggetto unitario alternativo alla destra, si spererebbe senza pensare al miracolo e senza tempi biblici. E il mondo civico ora è davvero alla prova di un ruolo politico effettivo, che potrebbe anche essere rilevante, ma richiede tempestività e coraggio.

Nulla accade nel vuoto della storia

Si sa, ciò che accade non accade nel vuoto della storia, che esiste solo nelle menti affette da amnesia o rese opache dall’ignoranza. È bene ricordare dunque, quando si discute del perché e della natura della maggioranza scaturita dalle elezioni del 25 settembre e della natura e degli indirizzi di governo dell’Esecutivo guidato da Giorgia Meloni, che a questo risultato si è arrivati a seguito delle sconcertanti vicende scaturite dalla elezioni del 2018, le quali a loro volta erano state il momento culminante dei percorsi distruttivi della seconda repubblica, che avevano avuto a che fare non solo con un mutato quadro e clima politico internazionale, ma con le violente vicende di Tangentopoli e con il connesso montante populismo giustizialista, segnato in momenti diversi e convergenti da una parte dalle monetine fasciste e dal cappio leghista e dall’altra dal vaffa grillino che del giustizialismo era diventato compagno inseparabile.

Mi fermo. Lo ripeto, la storia non ammette vuoti, se non di memoria, peraltro piuttosto frequenti. Ma poi ci sono gli orientamenti, le convinzioni, gli interessi, le ambizioni e le volontà degli esseri umani. Perciò non c’è bisogno di essere catastrofisti alla Karl Kraus o di ritenere con Walter Benjamin che in fondo tra progresso e regresso è ben possibile vedere, più che un’alternativa, una reciproca implicazione, per essere convinti che i processi politici, come in generale quelli umani, sono contraddittori e pieni di certezze scontate e ambigue o appunto di sorprendenti implicazioni.

Così è anche per la fase politica attuale, che pone al centro della discussione da una parte la direzione di marcia del governo Meloni e dall’altra il ruolo delle opposizioni, oltre che lo stato delle questioni e delle attese che assillano i cittadini. Una fase segnata, lo vedremo, non dalla pimpante chiarezza a cui dovrebbero far pensare le roboanti dichiarazioni di vittoria da una parte e le allarmanti grida contro l’arrivo del regime autoritario dall’altra, quanto piuttosto da una evidente ambiguità, questa sì piena di pericoli, peraltro in linea con uno dei caratteri strutturali della storia italiana.

La pasta ambigua di questa destra, pragmatismo o anarchismo reazionario?

Dunque, dopo i primi atti della maggioranza e del governo (elezione dei presidenti di Camera e Senato, discorso della fiducia, prime decisioni del Consiglio di ministri) come ci possiamo orientare rispetto alla domanda di fondo: ma di che pasta è fatta questa destra, dove va e dove vuole portare il Paese? Rispondere si può, sapendo che si tratta di risposta problematica che si porta dietro una valutazione duplice, una che riguarda la maggioranza di governo e una che riguarda le forze di opposizione. Tre appaiono i momenti nei quali la coalizione vincente ha cercato di apporre il suo timbro sulla diciannovesima legislatura: l’elezione dei presidenti delle Camere, il discorso sulla fiducia della presidente incaricata e poi la scelta dei ministri e dei sottosegretari, infine le decisioni della prima riunione operativa del Consiglio dei ministri.

Nel primo caso la maggioranza ha cercato di far emergere una continuità rassicurante con il proprio passato: la nomina di Ignazio La Russa per la tradizione di radice fascista e poi missina; la nomina di Lorenzo Fontana per quella leghista populista, cattolico-reazionaria e sovranista con ascendenze putiniane. Insomma, messaggi identitari di rassicurazione per i rispettivi zoccoli duri e con ciò una chiara indicazione di percorsi ancora non conclusi verso la piena accettazione della democrazia.

Nel secondo caso Giorgia Meloni ha ripreso con destrezza la lunga tradizione italiana dell’arte della “dissimulazione onesta” facendo credere alla possibilità concreta di quella che Claudio Cerasa definisce “la svolta moderata del populismo” finalizzata soprattutto a farsi accettare dagli ambienti europei e ad assicurarsi un ingresso morbido nelle funzioni di comando: atlantismo convinto e rinuncia all’antieuropeismo, sovranismo moderato e sviluppo non protezionista, nessuna pronuncia anti vaccinista e addirittura professione di garantismo. Emblematiche in questo senso le nomine di alcuni ministri (Taiani agli esteri, Giorgetti al MISE, soprattutto Nordio alla giustizia), che potevano dare la sensazione del passaggio dal populismo sovranista duro e puro ad un conservatorismo moderato di stampo europeo e addirittura garantista distante anche da Orban e Le Pen.

Nel terzo caso il make-up si è rivelato, e non poteva essere altrimenti, per quello che era, non tanto una finzione quanto piuttosto una vera e propria linea strategica di quella che Flavia Perina, che Giorgia Meloni la conosce molto bene, definisce come “lucido pragmatismo”: volto moderato all’esterno e rassicurazione senza tentennamenti del popolo di destra all’interno, ma che Luigi Manconi già ritiene indirizzato consapevolmente a modificare il senso comune in direzione di un pericoloso anarchismo reazionario, e su questo vedremo dopo. Insomma, come detto, un’ambiguità non proprio tranquillizzante.

Non costruzione di un nuovo ordine ma messaggi identitari. E una pericolosa ambiguità su giustizia e sanità

Dunque, come detto, non un progetto di riforma del Paese chiaro e definito, non la costruzione coerente di un nuovo ordine, ma piuttosto una linea politica utilitaristica, flessibile, capace di rispondere alle ansie di quel popolo variegato della destra che per vent’anni ha nutrito, insieme ai rancori, le aspirazioni alla sicurezza e all’ordine, che ha percepito come costantemente conculcati da una sinistra a vocazione governativa senza meriti, e che sente arrivato il momento di un riscatto inseguito da tropo tempo, costituito da valori invocati e da prassi praticate senza sbocco. Non solo, ma rassicurazione e premio per i ceti e le professioni che gridano sempre alla libertà ma tengono molto alle interpretazioni ambigue di essa e fidano negli aiuti di Stato.

I provvedimenti usciti dal primo Consiglio dei ministri recitano proprio questi messaggi. Due di essi hanno assunto il ruolo di metafore della direzione di marcia, quelli in tema di giustizia e quelli in tema di sanità, così chiari nella loro natura antiliberale che fanno apparire il moderatismo ostentato come la classica foglia di fico di un irredimibile populismo. Si tratta del D.L. 31 ottobre 2022 n. 162 che contiene norme da una parte sui rave party (art. 5), sulla riforma dell’ergastolo ostativo (i primi 4 artt.) e sul rinvio della cosiddetta Riforma Cartabia (art. 6), e dall’altra sulla revisione dei provvedimenti anti-Covid (art. 7) concepiti, lo ha detto la presidente in conferenza stampa, come fine dell’“approccio ideologico al Covid”.

Il senso di provvedimenti identitari emanati con l’intento di rassicurare il popolo di destra e di guadagnare nel contempo il consenso di ceti preoccupati dall’incertezza dei tempi è troppo evidente per avere bisogno di essere commentato a lungo, visto anche che i giornali sono pieni di analisi, commenti e prese di posizione da cui questo (senso) si evince con estrema chiarezza. Basterà dire dunque che per fermare le feste abusive sarebbe sufficiente, come ha dimostrato l’intervento della polizia a Modena, una gestione intelligente dell’ordine pubblico; non era necessario né un nuovo reato con un titolo equivoco e depistante come “Invasione di ….”, e tanto meno può trovare giustificazione l’inserimento in codice civile di un reato sotto la fattispecie della “possibilità del pericolo” , ciò che si presta a interpretazioni arbitrarie con applicazioni soggettivamente estensive, e punito con una pena che può giungere anche a sei anni di carcere e dunque capace di rendere legittime anche intercettazioni indiscriminate. Una norma “scritta con i piedi” che ha scandalizzato trasversalmente il mondo giuridico perché in contrasto con la scienza giuridica, frutto evidente della volontà di messaggio verso una mentalità securitaria e carcerocentrica.

Non meno grave il rinvio al 30 dicembre delle norme della cosiddetta Riforma Cartabia sulla possibilità di pene alternative al carcere, perché, al di là del “grido di dolore” della Procure sulle difficoltà di riorganizzare in tempi brevi gli uffici giudiziari, viene il sospetto, come ha sottolineato l’avvocato Giandomenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere Penali, che questo tempo possa servire al governo per riscrivere quelle norme che, pur essendo piuttosto blande rispetto alle necessità, sono con tutta evidenza incompatibili con la narrazione del “buttare le chiavi” così cara al giustizialismo di ogni specie.

E stessa logica per la salvezza in extremis dell’ergastolo ostativo, un provvedimento nato all’epoca dello stragismo mafioso e modificato obtorto collo nella precedente legislatura solo dopo un pronunciamento della Corte costituzionale contro l’automatismo dell’ostatività, che ora non solo viene mantenuto per prevenire il nuovo pronunciamento della Corte previsto per il 9 novembre, ma viene aggravato nella sua portata ostativa, anche se non più automatica, in quanto, come ha spiegato il giudice Giovanni Fiandaca, non solo vengono previsti nuovi paletti ma può essere esteso anche ad altri ambiti.

Ma più grave di tutti appare l’art. 7 del decreto, che modifica le norme vigenti sull’obbligo vaccinale e le misure punitive per gli operatori sanitari che all’obbligo non hanno ottemperato. La scadenza dell’obbligo è stata anticipata dal 31 dicembre al 1° novembre in conseguenza, è stato detto, dell’alleggerimento del quadro epidemiologico, e con la scusa che mancano i medici ospedalieri (una pietosa bugia perché è ospedaliera una percentuale minima dei circa 4000 operatori no-vax) è stata soppressa la sospensione dall’esercizio della professione, in pratica una reintegrazione pura e semplice, un colpo di spugna. Come è stato detto da molti medici, un messaggio diseducativo e devastante sia per chi negli ospedali ha operato con impegno e sacrificio della vita, sia per l’etica professionale, sia per l’efficacia delle campagne vaccinali. Un lisciare il pelo non solo al mondo no-vax e all’ostilità populista per il rigore della scienza e l’uso razionale dei saperi, ma a quel diffuso anarchismo reazionario che concepisce la libertà come un elastico che ha ad un capo il diritto di fare ciò che si vuole e all’altro l’invocazione dell’intervento dello Stato ogni qualvolta sopraggiunge qualche difficoltà. Il tutto, com’è evidente, nella scissione teorica e pratica tra libertà e responsabilità nell’esercizio della cittadinanza.

Alle ambiguità della destra al potere fanno da specchio le incertezze e le contraddizioni delle opposizioni. L’urgenza di un’alternativa

Questo il quadro che emerge dalla prima fase di operatività della destra al potere dopo la lunga fase di incertezza politica, di governi a maggioranza flessibile e di esperimenti di governi tecnici in situazioni di emergenza. Evidente l’affanno istituzionale, la confusione ideale, l’affastellarsi di problemi a fronte dei quali non emerge una linea strategica chiara quanto piuttosto tentativi, pulsioni, stop and go. Peraltro anche dopo la netta vittoria elettorale sono evidenti le differenze di prima, sia di orientamento che di effettivo comportamento, tra le forze che compongono la coalizione di centrodestra, sempre più di destra e sempre meno di centro: ognuno dei protagonisti non solo coltiva la propria strategia di fondo ma tende a farla emergere non appena si allenta un attimo la presa di Giorgia Meloni. È un dato evidente, ma non è affatto detto che questo significhi necessariamente precarietà e incertezza della legislatura come qualcuno spera e dice forse con scarso senso di realtà.

Di fronte a tale situazione sarebbe già stato il momento di un lavorìo intenso delle forze di opposizione per un’alternativa credibile che dal campo della riflessione strategica nel giro di poco tempo possa tradursi in iniziativa politica non solo di contrasto ma di proposta costruttiva e da subito ipotesi di cambiamento. Il dato di partenza essendo non il pericolo del fascismo, che pur gridato subito da qualche mente abituata alla facile e comoda sloganistica refrattaria alla fatica del pensiero, non pare avere consistenza né teorica né pratica, nonostante qualche manifestazione di rigurgito nelle adunate di Predappio. Adunate tollerate ora, ma tollerate anche in epoca di sinistra al potere. Bisognerebbe passare ad altro, sia da parte delle forze che si richiamano alle tradizioni della sinistra, sia da parte di quelle che intendono coltivare le idee e le strategie del liberalismo moderno, oltre che nella forma della liberaldemocrazia in quella del liberalsocialismo. Bisogna costruire un’alternativa.

Emerge ora l’immane compito soprattutto a sinistra di fare i conti con la storia e con le convenienze di corto respiro

Bisognerebbe porsi alcune domande cruciali e cercare una risposta con operazioni senz’altro anche dolorose di cambiamento strategico avendo il coraggio di fare i conti, oltre che con la storia, con le convenienze di breve periodo, quella ricerca del consenso facile che ha connotato la politica da almeno vent’anni a questa parte e che negli ultimi dieci è diventata una vera e propria malattia da estirpare. Concezioni e comportamenti miopi della politica da estirpare però insieme alla classe dirigente che ne è stata interprete e che per la distanza tra il dire e il fare non solo ha reso strutturale una sfiducia già diffusa nella capacità di essere garanti per i problemi e le aspirazioni dei cittadini, ma ha permesso a Giorgia Meloni, non tenendo neanche conto degli effetti devastanti della crisi di sistema, di apparire come chi ha saputo “fare un’opa politica sul ceto sommerso, sul popolo abbandonato, sui gruppi sociali prosciugati dalla crisi e tagliati fuori, sul risentimento degli esclusi” (Ezio Mauro).

Un’opa politica che la sinistra ha storicamente e fattivamente favorito sposando e coltivando a lungo il populismo giustizialista, prima dipietrismo, poi antiberlusconismo e in tempi più recenti giustizialismo radicale grillino, che ha avuto nell’ex ministro della giustizia Alfonso Bonafede l’interprete più limpido e che continua ad avere in Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano, il megafono più fedele. Un populismo che ha ceduto perfino sul piano istituzionale, il terreno principe su cui la sinistra si era caratterizzata da sempre come interprete fedele e garante dei principi e delle regole scritte e non scritte della democrazia rappresentativa centrata nel Parlamento eletto a suffragio universale.

Non possiamo dimenticare, infatti, quello che ad oggi resta uno dei più gravi scivoloni verso la limitazione della democrazia parlamentare rappresentato della diminuzione di un terzo degli eletti voluta come propria bandierina identitaria da M5s e avallata da un PD schiacciato sul grillismo a tutto detrimento della rappresentanza democratica sia in termini assoluti per il rapporto cittadini-eletti, sia in termini relativi per le modalità di elezione con una legge elettorale sostanzialmente castale. Si sarebbe dovuta e potuta modificare almeno come contropartita, ma non lo si è nemmeno seriamente tentato probabilmente nell’illusione di essere, la sinistra a vocazione maggioritaria, depositaria di una specie di diritto divino a governare avendo in sé come una pretesa di potere attrattivo intrinseco verso tutti gli alleati possibili, naturalmente in modalità cespugli che servono a vincere.

Ed emerge con drammatica evidenza la responsabilità storica di aver ceduto alla destra le parole chiave della sinistra. Un vero e proprio delitto concettuale

Ecco, con questo modo di intendere e di praticare la politica non può meravigliare se poi vengono cedute alla destra parole decisive che appartengono alla tradizione della sinistra e delle culture progressiste e non aspettano altro che di essere continuamente rivisitate e riproposte nei nuovi contesti tanto sono vitali. Che però al contrario sono state inopinatamente consegnate alla destra favorendone certamente la vittoria. Si tratta del merito e della sicurezza, il cui significato progressista e di sinistra ha magistralmente analizzato Massimo Recalcati in un recente articolo su Repubblica, al quale rinvio per brevità di discorso.

Basta pronunciare queste due parole e subito scatta, dice Recalcati, come un riflesso pavloviano, un pregiudizio ideologico, una maculopatia che fa il paio con la debolezza di visione della realtà. Per capire la questione basta concentrarsi sul merito. È bastato leggere la parola aggiunta a istruzione perché scattasse subito l’allarme. Ma il merito è tema presente nell’art. 34 della nostra Costituzione. Merito è lo “studiare studiare studiare” di Gramsci. È lo sviluppo della capacità generativa propria di una scuola consapevole delle proprie finalità. E riguarda non solo gli studenti ma anche i docenti, sia in termini di competenza che di dedizione all’insegnare come compito alto di umanizzazione. Per cui significa anche valutazione professionale, differenziazione di valore individuale, carriera, da sempre la bestia nera del mondo sindacale.

Beh con questa ossessione egualitarista si perde evidentemente di vista la ricchezza della realtà e si accetta la strategia distruttiva di ogni progetto progressivo sottesa all’ideologia dell’uno vale uno. E così non si combattono nemmeno le più scandalose diseguaglianze e tanto meno si lavora proficuamente per l’inclusività, tutti obiettivi che vanno perfettamente d’accordo con quelle parole, merito e sicurezza, se correttamente intese come strategie di promozione umana e di garanzia per l’esercizio differenziato delle libertà individuali connesse ad una matura responsabilità sociale.

Così, mentre la destra fa comunque la destra, la sinistra si chiude nell’impotenza e lascia oggettivamente al terzo polo il compito di aprire la strada ad una politica di alternativa

Sul piano squisitamente politico, in queste condizioni, mentre c’è una destra che, seppure con ambiguità forse volute, fa la destra, non c’è né una sinistra che fa la sinistra né un’opposizione che rappresenti un’alternativa se non pronta nell’immediato almeno spendibile in prospettiva ravvicinata. M5s, che continua a coltivare con maestria le sue ambiguità, è tutto preso dalla strategia di crescita solitaria mediante proclami di opposizione dura e pura ostile ad ogni ipotesi realmente riformatrice, un progressismo declamato che nei fatti si traduce in conservatorismo delle bandiere piantate nella precedente fase governativa quando i numeri rendevano essenziale ogni sua opinione. Di fatto inutilizzabile per una strategia praticabile di alternativa alla destra, anche per ambiguità consolidate che con la destra oggettivamente convergono, basti pensare al giustizialismo o alle politiche migratorie.

La sinistra estrema non sembra nemmeno interessata ad uscire in campo aperto, affascinata com’è dall’idea di veder nascere in qualche modo un Mélenchon e in attesa di unirsi con pezzi del PD magari in coalizione con i 5s. Il PD, a sua volta, di fronte alla sua stessa denuncia allarmata di scivolamento della destra verso forme di illiberalismo autoritario, non trova migliore soluzione che fare una dura battaglia di parole nel contempo rinviando le scelte su che cosa vorrà finalmente essere ad un congresso che si terrà tra quattro mesi. Impotenza più evidente non potrebbe manifestarsi. D’altronde è difficile pensare che questo partito dall’impotenza possa uscire finché permarrà l’ambiguità originaria di un compromesso di potere, mai trasformatosi in unità di progetto politico, tra la componente del cattolicesimo riformista e la componente del comunismo antisocialista e antiliberaldemocratico, ciò che ad esempio ha consentito al PD di entrare a far parte del socialismo europeo ma senza diventare socialista.

Resta il terzo polo, la cui travagliata invenzione ha comunque consentito in negativo di mettere a nudo l’inganno del bipolarismo all’italiana, e in positivo di indicare seppure timidamente la possibilità/necessità di un polo riformatore per uscire dalle gabbie ideologiche e affrontare con idee e strumenti metodologici moderni i drammatici problemi che ci assillano. Non sembra che il passaggio dall’operazione elettorale terzo polo ad un soggetto politico federato con impostazione esplicitamente riformista ed aperto ad altri apporti di questa stessa natura sia alle viste in tempi brevissimi. E tuttavia, è lì che, anche senza eccessivi esercizi di fantasia, si può vedere più realisticamente che altrove uno spazio per quella formazione riformista che può generare l’alternativa alla destra e che oggi drammaticamente manca. Perché una democrazia che ha una maggioranza che governa e però non ha un’opposizione che rappresenta un’alternativa realmente possibile e praticabile è oggettivamente zoppa e debole.

È in questa situazione, di grande incertezza e perciò di grande movimento che emerge il possibile ruolo del civismo, decisivo per la costruzione di un soggetto politico riformista e per l’alternativa alla destra

Urge dunque un lavoro in quella direzione. E il mondo civico ora è davvero alla prova della volontà e del coraggio di assumere un ruolo politico effettivo, che potrebbe anche essere rilevante, ma richiede tempestività e appunto coraggio della sfida. Il civismo può essere infatti l’ambiente in cui può maturare a tal fine una spinta decisiva. È ormai realistico pensare, proprio per come sono andate le elezioni (per la mancanza di forze che rappresentino un’alternativa già definita, per l’alto livello dell’astensione dal voto, oltre che per una legge elettorale al limite della costituzionalità), ad un’autonoma aggregazione del ricco patrimonio di esperienze civiche presenti in ogni regione che si traduca in soggetto politico effettivo. In sostanza, una “Federazione civica nazionale” con una chiara piattaforma ideale ancorata al riformismo e con l’intento dichiarato di contribuire ad una strategia di modernizzazione del Paese con i parametri della società aperta e un ancoraggio forte all’Europa e ai grandi valori e alle conquiste della civiltà occidentale.

Per porsi con ciò come punto dinamico di convergenza delle culture riformiste (liberale e liberaldemocratica, ambientalista, liberalsocialista e socialdemocratica) in aperto dialogo con le formazioni che a tali culture si richiamano con l’obiettivo dichiarato di costituire quel partito riformista che manca da sempre in Italia. Può essere questo l’avvio di un processo di rinnovamento del complesso delle forze riformatrici. Lo stesso PD può essere spinto ad un chiarimento di fondo del suo ubi consistam. E questo potrebbe produrre l’effetto di un disegno riformatore che almeno nel medio periodo potrebbe portarci fuori dalle secche di una crisi che da sociale, culturale e politica, se lasciata correre senza adeguate contromisure, è destinata a diventare infine quasi sicuramente di sistema. È ora di uscire kantianamente dal sonno della ragione.

5 novembre 2022