di ALDO DI RUSSO

Carissima amica,

Non immaginavo che, a darti retta, si dovesse camminare così tanto e con tanta fatica. All’inizio ero riluttante anche se la mia filosofia di vita include la fatica tra le cose che producono conoscenza, emozione, sapere. Ho scoperto che camminare, e farlo insieme, vale la candela come avrebbero detto i nostri antenati costretti ad usarne una ,qualsiasi fosse l’attività dopo il tramonto. Siamo arrivati sulla vetta di un monte e da quella altezza, tutto poteva essere visto e abbracciato con il solo sguardo. Non era solo bello, era chiaro, no, chiarificatore, capace di sgombrare la mente da pensieri falsi e ingannevoli e generare un equilibrio tra le “ voci di dentro”, come avrebbe detto Eduardo.

Salire, camminare, excurrere, prende significati metaforici che possono essere inquietanti, destabilizzanti ma emozionanti. Ho capito che significa allontanarsi dalle opinioni comuni, dalla omologazione, dalle opinioni consolidate dai media, da quello che consumi anche quando combatti il consumismo. Staccarsi e arrivare fin lassù mi ha fatto capire quanto sia emotivamente utile saper rinunciare alle proprie sicurezze o ,almeno a quello che ciascuno di noi ritiene essere una sicurezza: un oggetto, un amico, un parente, un animale. In alto si è soli, magnificamente soli anche se quel giorno eravamo insieme. Questo modo di camminare, che voi radical chic chiamate trekking (excurrere per noi ignoranti), contiene un senso della vita che sapevo essere innato in me anche se non lo avevo mai inteso in senso sportivo. Da una parte .letteralmente inebriarsi di ciò che cade sotto i sensi e di fronte agli occhi .dall’altra ricostruire un invisibile che diventa conoscenza. Significa avere una meta ma poterla spostare in avanti un momento prima di raggiungerla per non subire la delusione di non aver più nulla da invocare come futuro.

Ecco che camminare diventa una filosofia, quello che vedi intorno a te non è mai quello che guardi e quello che provi, anche se ne è la scintilla catalizzatrice, ogni sentiero diventa il punto di arrivo di un sentire dove potrebbe avvenire una inversione tra l’oggettività del paesaggio e la soggettività emotiva e la vetta potrebbe essere la consapevolezza dei propri sentimenti. Non solo, io stesso potevo diventare oggetto di quel paesaggio, una spina nel palmo di una mano, un’ape che cercava di pungere il collo, una leggera brezza tra i capelli e il mio corpo piegato dai passi poteva figurarsi essere lo stelo di un fiore a dispetto del peso e dell’età.

Camminare è una metamorfosi, l’espressione della leggerezza costruita sulla fatica.

Viandante in un mare di nebbia

Così è successo che, giunto sulla cima, mi è venuto alla mente il Viandante in un mare di nebbia (Der Wanderer über dem Nebelmeer), forse il quadro che meglio rappresenta il romanticismo nord europeo. Mi sono guardato bene dal dirtelo per evitare i tuoi strali in alta quota, scioccato come ero dalla tua affermazione secondo la quale tu voglia sfuggire la profondità delle analisi e cercare “superficialità di pensiero” nelle cose della vita, cosa che hai detto, ma nella quale non ti riconosco e che trovo politicamente pericolosa. Ci torno tra un momento.

Come sai bene a me interessa inseguire ed aumentare la forza della immaginazione per vedere oltre lo sguardo, proprio come l’uomo ritratto di spalle nel quadro di Caspar David Friedrich, di cui mi sentivo complice.

Lo sguardo meravigliato del nostro viandante incappottato ed il mio di quel giorno avevano molte cose in comune. Conosco bene la tua espressione di questo momento: come!!! Il viandante è di spalle, i suoi occhi sono invisibili, come fai a paragonare cose che non vedi? Perchè sono gli occhi dello spirito che ci fanno intravedere assonanze, relazioni, conoscenza. La nebbia che confonde la linea del cielo e rende invisibile la valle accende la stessa immaginazione che accese la siepe nell’Infinito di Leopardi. Il nostro viandante si è trovato esattamente nelle mie condizioni quando ho scoperto un punto di vista a me estraneo dal quale i problemi potevano essere abbracciati senza parcellizzarne gli effetti. È una metafora, amica mia, la chiamiamo complessità, una parola abusata nella letteratura di oggi ma essenziale per comprendere la struttura strategica del nostro cammino in un momento in cui le antiche regole reggono sempre meno per tenere insieme tutte le novità della vita.

Qui le nostre opinioni divergono, l’uomo ha bisogno di visioni maestose, ampie allo sguardo e difficilmente accessibili per costruire emozioni che non siano meramente percettive, e quindi fisiche ,e che producano disequilibrio in modo da scuotere l’anima e diventare speculazione interiore.

Leggerezza e superficialità

A quale scopo, allora, invocare la superficialità come condizione di vita, perchè invidiare la vita di un gatto che “mangia beve e non è in grado di pensare” da dove viene un nichilismo così spinto? Per definire la superficialità basta guardare attentamente i manifesti elettorali affissi nelle nostre città, ma forse tu volevi intendere la leggerezza, che è proprio il suo contrario. Quando Italo Calvino la analizza nella celebre Lezione Americana, anche solo per creare una definizione, deve invocare Lucrezio, Ovidio e quasi tutta la grande letteratura del pianeta passando, ovviamente per Dante, il maestro indiscusso di leggerezza, altro che superficialità, altro che non pensare. Calvino sostiene la leggerezza essere una caratteristica del poeta e della sua capacità di trattare l’invisibile e l’imprevedibile sia che tratti del mondo fisico, sia che tratti della mitologia. Si tratta della leggerezza del pensiero che non può essere superficialità, della leggerezza dei mezzi del poeta che sfoltisce le dottrine e costruisce la conoscenza del mondo dissolvendone la compattezza per ricostruire la sua rappresentazione e poter dare a molti la possibilità di usare occhi diversi dai propri.

È la leggerezza della salita in vetta ,che abbiamo fatto insieme nonostante la fatica, anzi proprio grazie alla fatica, perchè la leggerezza si conquista con la conoscenza e conoscere significa scegliere, liberarsi dell’inutile. La coscienza impone di scartare e non di accumulare, dunque impone un’etica della responsabilità nei riguardi di se stessi. La conoscenza è sempre un processo traumatico, significa generare uno squilibrio e passare, da un conseguente disequilibrio, ad un nuovo equilibrio più solido e consapevole ,riconfigurando in un nuovo schema le vecchie informazioni con le nuove. I sensi non sono più porte di ingresso della strada che porta al sapere, ma stimoli per l’azione e la rielaborazione del proprio contesto arricchito dal nuovo interagire con un mondo sconosciuto, dove si inciampa e dove alcune delle proprie convinzioni perdono valore in funzione di una struttura più forte, coesa e razionale. Un mondo compiuto e senza elementi di incertezza non sarebbe un mondo in grado di produrre esperienze. Questo dovrebbe essere la strategia della scuola, l’unica via di salvezza per la nostra democrazia come credo sia la convinzione della stragrande maggioranza degli insegnanti che, come te ,operano con convinzione nell’interesse della conoscenza. Purtroppo sento dire che la scuola dovrebbe produrre competenze, istruzioni per l’uso di quello che l’industria prevede, ma le competenze si costruiscono sui saperi che soli possono invertire la struttura sociale consentendo ai meno fortunati di prendere l’ascensore in salita.

Pinocchio sarebbe potuto diventare un perfetto falegname a bottega dal padre senza alcun bisogno della scuola. Ascolta attentamente che scena meravigliosa costruisce Collodi riferendosi a Geppetto all’alba della rivoluzione industriale:

Il poveruomo era in maniche di camicia, e fuori nevicava.

— E la casacca, babbo?

— Lho venduta.

— Perché lavete venduta?

— Perché mi faceva caldo.

Il padre amorevole rinunciò alla giacca in un inverno freddissimo per comperare libri. Libri e non balocchi, libri e non strumenti di lavoro, il freddo di quell’inverno sarebbe stato compensato dalla futura crescita della posizione sociale e culturale del figlio.

Togliere ai giovani la possibilità di avvicinarsi all’arte, alla poesia, alla bellezza, in una parola, alla cultura significa generare un futuro di gente superficiale e pericolosa. Le dittature hanno sempre cercato di chiudere la bocca degli artisti, lo sappiamo in Italia, lo vediamo ogni giorno perchè l’imbarbarimento è il contrario della estetica che tu hai studiato. È anestetico quello che conviene al potere quando è antidemocratico. La nostra deve essere una lotta per la leggerezza e contro la superficialità, per il pensiero profondo e contro la sua graduale scomparsa. Senza congiuntivo, condizionale, futuro composto, il pensiero sarà incapace di fornire proiezioni temporali, meno parole significa minore capacità di esprimere le emozioni e di elaborare il pensiero con gli strumenti che Calvino indicava per costruire la leggerezza. L’incapacità di vestire le emozioni con le parole giuste sfocia in violenza, più povero è il linguaggio e meno si pensa.

Ora sento il bisogno di fare un’ affermazione di sinistra.

La cultura è soltanto quella prodotta da una elite, formata, istruita e selezionata per creare buon gusto, canoni estetici e proporre senso critico. La cultura non è la conoscenza, è il presupposto che la consente. Uno stato democratico, a cui stia a cuore la crescita culturale del paese e il diritto allo studio ,mette tutti, indipendentemente dalla condizione sociale alla nascita, nelle condizioni di poter accedere a quella elite e di contribuire ad accrescerne il prestigio e le capacità in ambito internazionale. Uno Stato antidemocratico, oligarchico ed autoritario cancella l’elite, rende tutto cultura in modo che questa sparisca, misura l’audience, affinché resti inamovibile la condizione sociale di nascita.

Sulla necessità che anche le classi meno abbienti potessero elevare la loro condizione sociale Antonio Gramsci ha scritto pagine molto ispirate:

In una nuova situazione ….. occorrerà resistere alla tendenza di rendere facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato. Se si vorrà creare un nuovo corpo di intellettuali, fino alle più alte cime, da uno strato sociale che tradizionalmente non ha sviluppato le attitudini psico-fisiche adeguate, si dovranno superare difficoltà inaudite…..Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale.

….Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita

Diamoci da fare, il cammino è in salita e una nuova escursione ci aspetta già da domani. Ti vengo a prendere alle nove come d’accordo.

Tuo affezionatissimo

Aldo