di GIULIA LA FACE

Babbo Natale era in ritardo. Ogni anno peggio, pensò la Befana ripassando il gloss sulle labbra turgide, frutto di un lungo lavoro di chirurgia estetica. Si stirò il vestitino sui fianchi, rimodellati dalle mani esperte del dottore più in voga del momento e tornò nella Sala delle Riunioni. Tema del giorno, il solito: le Festività per i mesi a venire. Il Boss arrivava sempre trafelato, ancora convinto che le renne fossero il mezzo più idoneo a trasportarlo. La Befana aveva tentato di convincerlo a motorizzarle, la sua scopa era un gioielli- no di tradizione e innovazione insieme. “Uff, quanto era vecchio”, pensò.

In effetti Babbo Natale tardava costantemente e gli appuntamen- ti annuali si facevano estenuanti per attesa e anche per contenuti: non cambiava mai nulla, tutto noiosamente uguale, mentre il mon- do, oh quello sì, correva più di loro due messi insieme.

Quando stava per scalciar via il nuovo tacco dodici per un inci- piente dolore da cattiva circolazione, ecco sopraggiungere il passo pesante a lei ben noto: Babbo Natale era arrivato.

Si aspettava di vedere il solito roboante maschiaccio senza età, ciuffo bianco e barba incolta. Occhio brillante e un pochino lubrico all’occorrenza.

Invece no. Si manifestò un mezzo rudere, le guance flosce e pal- lide, gli occhi appannati (probabile risultato di una bevutina fuori programma oltre quelle di quotidiana routine per lui). Passo greve. Babbo Natale non la guardò neanche, la Befana rifatta, ma si acca- sciò sonoramente su una sedia. Altre sedie si accostarono al grande tavolo, gnomi, folletti, fantasmi, la Befana in calze a rete: insomma

il meglio della Regalistica e Tradizione, un po’ rivisitata ma sempre tanto d’effetto, era riunita intorno al desco del Gran Capo.

«Quest’anno non contate su di me». Esordì così Babbo Natale, con un principio di enfisema a raschiare la gola e a rendere l’aria ferma e sorpresa. «Non voglio sentir parlare di marmocchi, regali, al- beri e presepi. Facciamola finita, non interessa più a nessuno! Volete sapere l’ultima lettera che ho ricevuto cosa diceva?»

Improvvisamente innervosito tirò fuori dalla tasca della sua enor- me palandrana, un foglio spiegazzato e un po’ unto, su cui parve appuntarsi tutta la sua rabbia e il suo cattivo fervore. Con voce grot- tesca e infantile, inforcò gli occhiali e lesse: “Caro Babbo Natale, quest’anno portami un cellulare e anche un gioco per la playstation e anche la playstation che con quella che abbiamo a casa ci gioca quel gradasso di mio padre tutto il giorno…”

Rimase con il foglio tra le mani, poi lentamente si tolse gli occhiali dando uno sguardo disgustato alle labbra turgide della Befana rifat- ta, e si prese la testa fra le mani.

«Sono tutte così, capite? Non parliamo di quelle scritte dai ge- nitori per conto dei figli! Roba da far venire giù un nuovo Diluvio! Basta, vi prego, basta, voglio smettere, non ce la faccio più!»

Babbo Natale era veramente esaurito. Per qualche minuto tut- ti tacquero. Le labbra della Befana sembravano aver perso tono e plasticità. Esordì per prima con un po’ di ansia nella voce: «Io non intendo sostituirti, sappilo. L’ultima volta che me lo hai chiesto si stavano scannando a suon di bombe e mitraglie, ho portato il carbo- ne a tutti mentre tu curavi il tuo ennesimo esaurimento nervoso. E ti sei anche arrabbiato perché hanno pensato che non esistesse più lo Spirito del Natale!»

Così dicendo spinse la sedia e ancheggiando andò a farsi un bel cicchetto, mentre gnomi e altri esseri più o meno attenti alla vicenda non proferirono parola.

Babbo Natale alzò lo sguardo verso la Befana e ne scaturì un ac- ceso diverbio al termine del quale il Grande Capo scagliò il suo PC, e mise fine alla discussione con le seguenti e definitive parole: «Arrangiatevi, quest’anno io vado al mare. O a farmi una cura. Le richieste di questi esseri umani sono tutte nell’hardisk. Non consultatemi per- ché ho il più grande mal di testa dai tempi di Machiavelli, non fatemi fare più nulla!»

E con un gesto plateale si alzò, rovesciando la sedia e lasciando la platea ammutolita.

Era chiaro a tutti che per quell’anno non ci sarebbe stato alcun Natale. Impossibile da realizzare, nessuno aveva il potere di far aleg- giare lo Spirito del Natale, solo il Gran Capo, che bellamente aveva voltato le spalle al mondo. Il Segretario, uno gnometto dalla faccia sveglia e precisa, immise alcuni dati nel PC, registrò presenti e assenti e le conclusioni drammatiche di quella riunione: «Quest’anno non ci sarà il Natale».

La Combriccola delle Festività Regalistica e Tradizione si allon- tanò alla svelta, la Befana un po’ meno. Barcollante inciampò su se stessa e ruppe un tacco, così che la Zucca di Halloween la prese sot- tobraccio, si trasformò rapidamente in un cocchio volante e la portò a farsi un giro, per rischiarare le idee.

Mentre accadeva tutto questo, Marcolino, un ragazzetto solitario pieno di inventiva, stava chiuso da alcune ore nella sua cameretta, armeggiando sul suo PC, cercando di violare il sito della scuola per entrare nel registro elettronico e falsificare i suoi voti e dei suoi com- pagni. Era un vero genio dell’informatica, con una passione proibita per l’hackeraggio.

Era già riuscito nell’impresa di far risultare tutti presenti in classe anche nei giorni di sciopero. Aveva poi violato il sito dei personaggi preferiti di sua sorellina e non disdegnava qualche scorribanda nelle mail dei suoi genitori, tanto per vedere se si parlassero ancora o se avessero intenzione di occuparsi di lui. In effetti era molto solo e se la cavava da sé, senza chiedere più aiuto a nessuno da molto tempo. Marcolino pensava che sarebbe stato bello a Natale rivedere in- sieme i suoi genitori, ma anche fare regali ai suoi amici e alla sorella, sempre molto malinconica, con la quale nessuno giocava per mancanza di tempo.

In effetti, se fosse riuscito ad entrare nel sito di Babbo Natale… Ah sì, che grande impresa sarebbe stata! Avrebbe potuto far felice sua sorella, ma anche la mamma e il papà e, perché no, anche molti dei suoi amici che, si sapeva, non avrebbero ricevuto molti regali. Erano figli di una periferia dimenticata e abbandonata a se stessa. Non c’era ricchezza, come dappertutto ormai o quasi, pensò conso- landosi. Chi non aveva famiglia, chi ne aveva anche troppe, chi era dimenticato da tutti e chi veniva obbligato a performance straordina- rie e aveva poco tempo per giocare ancora. “Sempre che avesse mai giocato”, pensò con amarezza Marcolino.

Le mani correvano velocissime sulla tastiera, il buio era protettivo e quasi fonte di ispirazione. Marcolino era senza dubbio una crea- tura notturna. Di giorno preferiva lunghi silenzi e minime attività, a scuola si addormentava sul banco senza essere visto, essendo ormai diventato bravissimo nell’arte della trasparenza. Ma la notte, la notte con il suo PC, compiva prodezze.

E infatti successe l’incredibile: si stavano aprendo schermate paz- zesche, aveva digitato un ultimo codice, ingannato un server di pro- tezione e… magia! Era proprio il sito di Babbo Natale! Si aprivano a velocità supersonica pagine e pagine di nominativi, indirizzi, regali in mezzo a spunte verdi, altre rosse, che sembravano segnalare la fattibilità della richiesta ricevuta. A guardare bene quell’anno erano tutte rosse. Nessuno meritava un dono?

Trovò anche un certificato medico: Babbo Natale prendeva an- tidepressivi e in quantità stellare. Accidenti, sua madre era senza dubbio sana, al suo confronto. Infine entrò nel settore documen- ti riservatissimi, fu un gioco facile per Marcolino. Dopo il registro elettronico della classe quello era uno scherzo per lui. Lesse con at- tenzione: “La riunione ha sancito che quest’anno, causa grave indi- sposizione del Gran Capo, il Natale non potrà arrivare. I regali sono sospesi. La Befana si incaricherà a tempo debito di recare doppia dose di carbone per tutti”.

Marcolino rimase con le dita immobili sul mouse. Non era sempre bella la vita, ma accidenti, lo Spirito del Natale… quell’aria dolciastra di legna e caldarroste, quel senso di familiarità che riusciva ad aleg- giare pure dentro la sua casa. Come avrebbe fatto la sorellina senza poter giocare con le sue amiche fate? E i suoi amici? La sciarpa per la catarrosa nonna, magari un biglietto per due giorni romantici per i genitori che, a detta di un suo professore, pare siano cose che fun- zionano fra adulti.

Impossibile che Babbo Natale proprio quell’anno si facesse di nebbia.

Doveva trovare una soluzione. Non si poteva restare senza Nata- le. Secondo Marcolino sarebbe dispiaciuto anche al suo compagno Amed, che non aveva mai visto il Natale e ne era incuriosito. Mar- colino gli aveva spiegato che era una festa bellissima, non importava crederci, bastava partecipare e lo Spirito del Natale avrebbe aleggia- to anche sulla sua casa.

Adesso avrebbe pensato che aveva raccontato bugie e che le sto- rie un po’ magiche, con cui intratteneva spesso i suoi amici, non era- no che favole da poco.

Come avrebbe potuto fare? Era necessario convincere Babbo Na- tale. Trovarlo e obbligarlo a fare il suo dovere, far scendere sul mondo lo Spirito del Natale nelle case, nelle vie, nelle scuole, ovunque! Così vi sarebbe stato quel momento luminoso in cui sembra che tutti, an- che solo per un minuto, siano un po’ più buoni, più vicini, più fratelli. Inserì un paio di numeri e qualche sigla che poteva sembrare a casaccio, e invece in un minuto rintracciò la mail di Babbo Natale ma ancor meglio un indirizzo utile per trovare la Befana.

Il suo professore gli aveva spiegato che, insomma, tira più… ecco, una donna che altro! Sarà anche stata brutta questa Befana, ma Bab- bo Natale, che lui ne sapesse, non si era mai lamentato.

Fu così che Marcolino il giorno seguente violò di nuovo il registro elettronico della scuola, segnandosi una scaramantica quanto utile presenza e prese il primo autobus possibile per recarsi a parlare con la Befana. A quanto pare, dai documenti riservati che aveva violato nottetempo, risultava frequentare un chirurgo estetico che abitava dall’altra parte della città.

Marcolino si sentiva pieno di energia, ma anche arrabbiato per quello che considerava quasi un tradimento. Non poteva essere che tutti gli adulti fossero così poco attendibili, capaci di rovinare tutto. Babbo Natale poi! Non aveva mai abbandonato quella tradizione e in tutta evidenza il Vecchio Capo continuava a esercitare la sua fun- zione. Almeno fino all’anno precedente.

Arrivato davanti l’ingresso dello studio del chirurgo, Marcolino tentennò un attimo. Poi mise le mani in tasca, come se volesse affon- dare. Infine si decise e pigiò il campanello. Lo accolse una strafiga paurosa, roba che i suoi compagni non gli avrebbero mai creduto se lo avesse raccontato, perciò, appena gli fu possibile, scattò una foto con il suo vecchio cellulare. La segretaria Gamba Lunga Coscia Snella lo fece accomodare un po’ perplessa in una saletta molto ben illuminata, così che le foto di nasi, ventri, fondoschiena, potessero risaltare in tutta la loro fierezza e il loro plastico turgore. Mentre Marcolino pen- sava a come giustificare la sua presenza, venne accolto dal dottore: tripla fila di denti, osservò con sarcasmo dentro di sé, mascellone da telenovela americana (sua nonna ne vedeva una da quando lui ancora non era nei sogni di sua madre), mano pronta a stritolare anche un lottatore di wrestling. Marcolino iniziò un discorso un poco contorto, ma infine giunse al punto: «Ho bisogno di incontrarmi con la Befa- na». Il dottore alla richiesta esplose in una fragorosa risata dicendo che lui conosceva solo donne fantastiche. Vide, però, negli occhi di Marcolino così tanto dispiacere e delusione che improvvisamente lo avvolse uno strano senso di comprensione e quasi di amore… neanche fosse stato Natale! Quel ragazzino dai capelli arruffati, con quello sguardo acuto e dolce insieme, gli ricordava un po’ se stesso, molti e molti anni prima. Così si avvicinò all’orecchio di Marcolino e quasi temendo di essere udito da chissà chi, gli bisbigliò nell’orecchio come poteva trovarla, ma si fece giurare che per nulla al mondo avrebbe rivelato un segreto che in pochissimi conoscevano. Marcolino sug- gellò la promessa del suo silenzio con una stretta di mano degna del suo interlocutore, guadagnandosi ancor più la fiducia istintiva che il medico gli aveva accordato già dopo pochi istanti.

Marcolino aveva ancora qualche ora di libertà prima di dover ri- entrare in casa, fingendo di essere tornato da scuola. Giusto il tempo per fare l’incontro più sconvolgente della sua vita. In effetti quando la Befana, rintracciata in tempi insospettabilmente brevi, si presentò al bar all’angolo dove sedeva Marcolino, il ragazzino ebbe un atti- mo di smarrimento. No, ma quella non poteva essere una befana, anzi LA Befana! Aveva davanti il più bel prototipo di sesso femminile mai visto, e lui se ne intendeva, visto che sul web ne vedeva molte di fanciulle assolutamente deliziose ai suoi occhi. Passato l’attimo di smarrimento, Marcolino invitò a sedere la Befana intenta a mastica- re un chewingum con la grazia di un camionista; doveva ammettere, però, che aveva il sorriso più ammaliante del mondo. Gli espose il suo problema, insistendo fino alle lacrime affinché la Befana convincesse Babbo Natale a ripensarci. Non sarebbe stato Natale senza lo Spirito Natalizio a renderlo tale. Quella magia poteva farla solo lui al mondo. La Befana a queste parole sembrava quasi risentita e avrebbe voluto ricordagli che anche lei, in quanto a spirito festoso, non scherzava. Ma quel ragazzino aveva in sé un tale indomito animo, forte e dolce insieme, che non si poteva negargli nulla. Purtroppo Babbo Nata- le non voleva assolutamente vederla, in quanto l’ultimo incontro era stato piuttosto burrascoso e si era concluso con reciproci insulti, al suono di “vecchio ubriacone!” e “peripatetica molto patetica!”

Però gli confidò il segreto dei segreti: come rintracciare Babbo

Natale. Marcolino aveva colpito il suo cuore, era proprio uno strano ragazzino, il più strano che avesse mai incontrato. Era impossibile dirgli di no. Inoltre si era impossessata di lei una dolcezza che, inso- lita, provava solo quando arrivava il Natale e, di nascosto, si divertiva a vedere quel vecchio adorabile, bisbetico di Babbo Natale, spargere a piene mani dosi industriali di Spirito Natalizio!

Marcolino si sentiva sempre più forte nel suo proposito, avrebbe restituito a tutti il Natale, bastava convincere il Vecchio… ma sareb- be riuscito nell’impresa? Non era riuscito a far tornare insieme i suoi genitori, e dire che non avrebbe dovuto essere così difficile, figuria- moci il Grande Buon Burbero del cosmo.

Si accomiatò dalla Befana allungando un’occhiata significativa allo stacco di coscia, rubando una foto con il cellulare nascosto in una mano, almeno avrebbe avuto qualcosa da raccontare. Anzi, solo da ricordare poiché aveva fatto solenne giuramento di non rivelare la sua eccezionale avventura.

L’aria cominciava a rinfrescare, foglie gialle si stendevano sotto i suoi passi veloci; avrebbe trovato il Gran Capo in una clinica per la “remise en forme”, aveva detto la Befana, calcando sul suo francese orrendo. A quanto pare Babbo Natale era davvero un rottame, con pensieri tristi e lugubri e una grande stanchezza.

Marcolino non si curò del male ai piedi, e neppure del freddo che penetrava nelle ossa, nemmeno dei suoi capelli fuori posto, scarmi- gliati dal vento quasi invernale. Andava veloce verso la meta, con il cuore che si allargava a ogni passo.

La casa di cura sembrava uscita da un film hollywoodiano, si sta- gliava all’interno di un parco incredibile, immerso in una nebbiolina azzurrognola comparsa all’improvviso alla fine di un viale che pareva non avesse mai fine. I cancelli erano aperti, Marcolino pensò che fosse buon segno. All’ingresso lo accolse un piccolo uomo dal viso assente, che semplicemente gli indicò un punto del parco. Marcolino si addentrò nel manto nebbioso, nessun rumore intorno e nessuna sagoma umana. Non sapeva più cosa aspettarsi da quell’incontro. Anzi, si chiese se sarebbe mai avvenuto. Più camminava e più sem- brava smarrirsi; infine sedette, deluso, su una panchina. Non c’era nessuno, l’usciere si era probabilmente preso gioco di lui. Si sedette su una panchina e rannicchiò le ginocchia, vi calò la testa, con le mani sui capelli. Che follia la sua, pensò.

«Già, già». Una voce profonda lo colse alle spalle. «Proprio una follia ragazzino». Marcolino si voltò: alle sue spalle si ergeva un uomo grande, grosso, con lo sguardo triste e un broncio che non faceva presagire nulla di buono. Se quello era Babbo Natale non c’erano speranze. Era un vecchio che mostrava tutti i segni della de- lusione sul viso. Marcolino lo sapeva perché aveva visto tante volte negli adulti quella espressione di sconfitta.

Non gli restava che andarsene, arrendersi, portare con sé quella delusione. Invece, Babbo Natale si sedette di fianco a lui, comin- ciò a fumare la pipa e dopo alcuni minuti di silenzio si voltò verso Marcolino, e lo interrogò con aria ironica: «Cosa vuoi, dimmi, ormai che sei qui? Un nuovo gioco per la playstation? Un motorino, una navicella spaziale, dimmi, cosa volevi che ti sei spinto così lontano, ragazzino?»

Marcolino ebbe un guizzo di orgoglio. No, non voleva giochi, del resto aveva giocato sempre poco, la sua passione erano i computer, non voleva nulla per sé. Ma davanti a quell’uomo triste che avrebbe dovuto regalare al mondo un momento di pace, le sue parole si fece- ro fluide e inarrestabili. Raccontò senza mai interrompersi della sua infanzia, dei natali trascorsi in famiglia, della sorellina piccola. Rac- contò dei giorni che precedono il Natale, quando a scuola si parla di rinascita e comprensione e tutti sembrano più disponibili, almeno in quel periodo. Delle vie cariche di luci e di una atmosfera che non poteva definire ma che era unica: faceva dire sì alle persone, sì alla speranza. Sì a una nuova possibilità, sì alle richieste mai ascoltate prima. Lui credeva nello Spirito del Natale. Non importavano i doni, lui sapeva bene come funzionava la consegna dei regali e non aveva da discutere su questo. Ma lo Spirito del Natale… quello solo lui, il Grande Capo, poteva portarlo nel cuore delle persone. Gli ricordò che persino durante una Guerra, l’aveva studiata durante le lezioni di storia, un gruppo di soldati nemici fece una tregua, per giocare a calcio, brindare e abbracciarsi come fratelli, e quello era certo stato merito suo, dello Spirito del Natale.

Marcolino era infervorato, lo sguardo trasognato, parlava a ruota libera. Non si accorse che il Grande Vecchio lo guardava con occhi diversi. Lucidi di emozione, una emozione rinnovata. E infine suc- cesse: Babbo Natale lo sollevò e lo strinse forte, quasi a metterlo dentro il suo cuore. Poi, mentre il fiato si faceva denso nell’aria de- cisamente fredda, guardò Marcolino con una nuova intenzione negli occhi: «Vai a casa, temo che qualcuno sia in pensiero per te. Penserò a ciò che mi hai detto».

Marcolino corse veloce attraverso il parco, le scarpe umide, una emozione forte. Si voltò un solo istante ma il Gran Capo era scom- parso, nella nebbiolina.

Con le mani in tasca rifece il percorso verso casa, non sapeva cosa pensare, addirittura credette di aver sognato. Il tempo pareva essersi fermato, aveva avuto una giornata incredibile ricca di colpi di scena ed emozioni mai provate prima di allora. Si sentiva ispirato e soddi- sfatto per la prima volta in vita sua.

Camminando concentrato nei suoi pensieri fece rientro in città. L’aveva lasciata al mattino, con mille dubbi, tra lo smog e le facce tirate delle persone che correvano frettolose, sempre concentrate su se stesse. Rientrò in casa e salutando con un’aria stanca e provata si diresse nella sua cameretta. Il computer era acceso, emetteva ba- gliori attraverso lo schermo. Aveva lasciato aperto il sito di Babbo Natale. Si risvegliò quasi di soprassalto dai suoi stessi pensieri e notò che le pagine si stavano colorando, comparivano scritte indecifrabi- li, dall’aria vagamente festosa, piene di svolazzi e riccioli. Un esteta Babbo Natale a suo modo. Avrebbe potuto proporgli qualche truc- chetto per modernizzare il suo sito.

Marcolino sorrise tra sé e ormai esausto si addormentò.

Al mattino si sentì circondare da una strana atmosfera. Qualcosa, nell’aria, di nuovo e antico insieme. Aprì le finestre sulla nebbia del primo giorno: che profumo di legna e castagne! Un uomo gli sorrise scorgendolo affacciato al davanzale. Davvero un buon mattino.

E Marcolino capì. Il Grande Capo aveva detto “sì”. Sapeva ri- conoscere, lui, lo Spirito Natalizio. Gettò una rapida occhiata allo schermo: era ancora acceso ma il sito di Babbo Natale non era più accessibile. Al suo posto compariva una scritta lampeggiante che re- citava “LAVORI IN CORSO”. In un angolino dello schermo comparve una strizzatina di lunghe ciglia: era quella bellissima creatura che aveva incontrato al bar, la Befana, che scomparve subito. Forse era un messaggio dedicato solo a lui.

Afferrò di corsa i vestiti, si catapultò fuori dalla porta, lasciando esterrefatte la mamma e la nonna a bere un caffè più profumato del

solito. Entrò a scuola correndo e dopo tanto tempo quella mattina non dormì: proiettavano un film sul Natale. Marcolino sorrise fra sé, quello era un messaggio inequivocabile: sarebbe arrivato Natale e lo Spirito Natalizio era già al lavoro.

E in effetti così avvenne: Babbo Natale, dopo l’incontro con quel ragazzino speciale, che aveva acceso una fiamma nuova nel suo cuo- re, ma antica al tempo stesso, lasciò la clinica che avrebbe dovuto rimetterlo a nuovo, pretendendo che le renne venissero rifornite a tempo di record per il lungo viaggio che lo aspettava. Il tempo di un lampo che rischiara il cielo durante un temporale e già era al timone della sua attività, la più amata e famosa al mondo. Richiamò all’or- dine tutti i suoi aiutanti e anche la Befana, impegnata a ritoccare una gobbetta infinitesimale sul naso. Nel bel mezzo di una riunione rumorosa e alquanto alcolica il Grande Capo Babbo Natale disse:

«Anche quest’anno ci sarò e si faranno i festeggiamenti del caso! Non ho potuto resistere: è venuto da me lo Spirito del Natale. A lui anche io mi inchino».

E mascherando con un sonoro rutto la commozione ricominciò a urlare in tono burbero e solenne insieme: «Forza lavativi, sciope- rati che non siete altro, datevi da fare! E tu, Befana del mio cuore, smettila di darti lo smalto e procurami un elenco di tutti coloro che riceveranno carbone!»

La Befana non se lo fece ripetere due volte, adorava il momento in cui poteva scegliere i destinatari del suo mitico carbone e quell’an- no c’era una lunga lista che avrebbe soddisfatto il suo senso un po’ sadico nel fare certi regali. Babbo Natale era in gran forma e valeva la pena impegnarsi più del solito.

Ingollò un cicchetto di rum, nascosta dietro lo schermo dello gnomo Segretario e cominciò la sua missione. Babbo Natale pur ve- dendola fece finta di nulla, alzò gli occhi al cielo e le tenne compagnia con un whisky di ottima annata. Sarebbe stato un lavoro lungo, ci voleva energia e calore.

Marcolino in quei giorni era sempre più allegro e pieno di iniziative. Per quanto si fosse ripromesso di essere più serio e impegnato

nei suoi doveri di scolaro, aveva di nuovo violato il server della scuola, aumentando di un punto, anche due, i voti di tutti i compagni e ovviamente anche i suoi. Per concludere in bellezza aveva anche immesso sul sito della scuola le foto rubate di una bellissima donna, dalle gambe lunghissime e il sorriso più lucente del mondo, scrivendo ridanciano: “Ecco la Befana!”

Quelle immagini avevano fatto il giro del web in men che non si dica ed erano diventate virali. Chiunque si chiedeva chi fosse quella modella sconosciuta cui era stato dato l’appellativo, senz’altro im- meritato, di Befana! Quella era una Fata di certo! Marcolino veniva cercato da tutti, ma fedele alla promessa si schermiva dicendo di aver colto al volo il passaggio di quella donna sconosciuta. La Preside della scuola, invece, non aveva molto apprezzato la bravata di Mar- colino, ma visto che si era quasi a Natale decise di perdonarlo. Non si riusciva a punirlo quel ragazzo. Era così speciale, che non si poteva negargli nulla. Aveva un non so che…