Siamo ad un bivio della storia e dobbiamo scegliere chi siamo e dove vogliamo andare. Facciamo finta che siamo arrivati qui all’improvviso ma sappiamo che non è così. Ci siamo messi in questa scomoda situazione noi europei e in particolare noi italiani, e ora non dovremmo più ingannare noi stessi. Ma non è così, il 18 e il 19 marzo è andato in scena “Inganno Italia”, lo spettacolo che non doveva esserci, quello che avremmo voluto non vedere.
Ciò che è successo il 18 e il 19 marzo dentro e fuori dal Parlamento indica infatti che l’inganno continua. Basta il riferimento alla sequenza dei fatti, la cui logica e i cui significati non possono che farci parlare di inganno. Partiamo dunque dagli elementi di fatto. Il 18 a Palazzo Madama prima c’è stata l’audizione di Mario Draghi in commissione bicamerale sulla competitività, poi le comunicazioni in aula di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo. La sera, puntuale, “Cinqueminuti” di Bruno Vespa. Il 19 la presidente del Consiglio ha ripetuto le sue comunicazioni a Montecitorio, a cui è seguito in aula lo scontro sul Manifesto di Ventotene e fuori dall’aula l’impazzare dello scontro su social e massmedia tradizionali. Vediamo dunque perché l’esame di questa sequenza di fatti ci fa dire che l’inganno continua.
In uno scenario di classi dirigenti consapevoli del momento storico, responsabili del ruolo e preoccupate del futuro del paese, il punto di paragone capitato a fagiolo avrebbe potuto e dovuto essere il discorso di Mario Draghi, discorso autenticamente europeista di un italiano lucido e competente, coraggioso e lungimirante molto più di quello della stessa Ursula von der Leyen, attestata su visione insufficiente, ristretta e di breve periodo, come è stato detto anche da chi le è vicino.
La sfida della competitività, ha detto Draghi, si affronta con riforme e investimenti, ma soprattutto con un cambiamento di mentalità; bisogna cedere sovranità; c’è bisogno di debito comune; sul ReArmEU (o come oggi si chiama o si chiamerà) occorre coinvolgere anche i privati. E sull’Europa, senza mezzi termini: “L’Europa deve agire come se fosse un solo stato. Costruiremo un’Europa forte e coesa perché ogni suo stato è forte solo se è insieme agli altri e solo se è coeso al suo interno”. Dunque Europa unita per difendersi, per la sicurezza dei suoi cittadini, per essere autonoma e per essere capace di competere, gigante tra giganti per non farsi schiacciare.
Come si vede, una pista che avrebbe potuto orientare il confronto per una visione e un progetto d’azione comune in cui possa riconoscersi la Repubblica, come protagonista di una battaglia per l’Europa in questo passaggio cruciale della storia. Non semplicemente lo Stato, ma la Repubblica, non Meloni-Salvini-Tajani-Lupi (ammesso che questo sia da considerare un quartetto), non Schlein-Conte-Renzi-Bonelli-Fratoianni (ammesso che questo sia da considerare un quintetto), ma la Repubblica, costi quel che costi, chi ci sta ci sta quando ne va del futuro della comunità, la nostra comunità. Un pensiero alto della comunità nazionale, sopra gli interessi di parte.
E invece si è fatto tutto, ma proprio tutto, per avere a riferimento non l’Italia, e con l’Italia l’Europa, ma appunto il quartetto e il quintetto, guardandosi bene ognuno di darlo a vedere e facendo finta ognuno di occuparsi del bene di tutti. Diciamolo, riconosciamolo, è tragicommedia “Inganno Italia”, spettacolo deprimente, ma nel contempo paradossalmente superbo. Cosicché poteva essere superato, combinazione vuole proprio al termine delle due giornate, solo da quello di Roberto Benigni, monologo di ottima fattura professionale non a caso opera di un comico.
Al Senato tutto sommato la tragicommedia (commedia all’italiana, con un che di tragedia per essere la condanna all’irrilevanza dell’Italia senza che gli italiani se ne accorgano) era filata liscia: mozione unitaria della maggioranza ottenuta con un lavoro di lungo impegno e di raffinata sartoria tale da rendere il tessuto leggero, incolore e traslucido; ordine sparso delle opposizioni, cinque gruppi cinque mozioni; pd che trova l’unità intorno a due parole magiche: il piano UvdL va “radicalmente cambiato”; equilibrismi della presidente Meloni tra conferma del sostegno all’Ucraina, ruolo di pontiere autoattribuitosi tra USA ed Europa, sostegno al piano UvdL purché non pesi sui bilanci nazionali, un pò di draghismo, un po’ di trumpismo; dibattito in cui ognuno sostanzialmente recita la sua parte, scontate votazioni finali. Insomma, tutto nel consueto clima italico.
Dunque fin qui equilibrismi e recite da copione. Il mondo magari ci guarda, ma alla fine questo ci riguarda e non ci riguarda, se piove da qualche parte troveremo un ombrello: questo dovrebbero aver pensato dalle parti dell’opposizione e forse da quelle della stessa maggioranza. In fondo, sia per il quartetto che per il quintetto ciò che era importante non era far emergere una posizione forte dell’Italia in un progetto d’Europa, ma far apparire forte lo scontro di schieramento, pur frammentato, per nascondere debolezze e divisioni, di qua e di là. Ciò che è apparso inequivoco nel “Cinqueminuti” di Vespa la sera del 18 quando si sono trovati di fronte Francesco Boccia (pd) e Giovanni Donzelli (FdI): un battibecco in purezza, senza un minimo di preoccupazione di reciproco ascolto e di far capire al telespettatore le reciproche ragioni. Con Vespa funzionalmente zitto.
Così “Inganno Italia” è potuto andare avanti e raggiungere la punta di espressività e di significato il giorno dopo, mercoledi 19 alla Camera, quando Giorgia Meloni, estrapolando dal contesto con un guizzo da geniale mistificatrice un passo del “Manifesto di Ventotene”, ha lanciato alle opposizioni l’amo più accattivante, quello della sfida ideologica, sicura che tutti avrebbero abboccato senza esitazione, come il riflesso condizionato dei cani di Pavlov.
“La rivoluzione europea dovrà essere socialista”; “la proprietà privata dovrà essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso”; “attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo Stato”: questi i passi del Manifesto citati da Meloni, che così ha concluso con tono di sfida: “Non so se questa è la vostra Europa ma certamente non è la mia”. E gli sventurati risposero. In pochi minuti la bagarre: strilli di approvazione a destra, accuse a squarciagola a sinistra di offesa agli europeisti di Ventotene e di tradimento degli ideali antifascisti, sospensione dei lavori, ripresa della bagarre, l’on. Fornaro che va in lacrime.
“Inganno Italia” capolavoro, essendo tale perché più spontaneo che programmato, o, se programmato, perché magistralmente gestito. Così infatti Meloni ha potuto nascondere tante cose: che deve barcamenarsi sennò dà spago a Salvini, con cui non può e non vuole rompere; che per avere il via libera dalla sua maggioranza (salvo le dichiarazioni di Molinari dal sen fuggite e subito corrette dal capo) è costretta (o giustificata) ad ingoiare una mozione incolore e rinunciataria; che deve presentarsi a Bruxelles senza una strategia chiara; che in sostanza l’Italia, di fronte alla capacità di iniziativa di Macron, di Merz e di Starmer, deve giocare di rimessa, con il rischio di essere con sempre maggiore evidenza fuori dai giochi che contano. Ci si rende conto che già ora Merz nel triangolo con la Francia ha sostituito l’Italia con la Polonia?
Ma “Inganno Italia” capolavoro anche perché alla fine della fiera lo schieramento (sic!) di sinistra e in esso segnatamente il PD, raccoglie solo i cocci, avendo dimostrato di non conoscere nemmeno l’oggetto dello scontro (titolo originale: “Per un’Europa libera e unita”, ma guarda un po’!) e dovendosi limitare: a) a far vendere con speranza (flebile) di lettura un po’ di copie in più del Manifesto; b) a celebrare come segno di eroismo le lacrime di Fornaro (per carità, senz’altro sincere, ma a che pro, visto che nessuno aveva attaccato gli autori e tanto meno quali eroi della resistenza, ma solo un passaggio autentico del loro pensiero?); c) ad organizzare una missione a Ventotene per rendere omaggio alla tomba di Altiero Spinelli ed assumendo su di sé il compito di dichiararsi federalisti.
Ecco, questo è un punto dirimente: costretti a dichiararsi finalmente federalisti. Dichiararsi o essere federalisti?, come giustamente si chiede Maurizio Turco. Perché il centro, la sostanza, la contrapposizione al nazionalismo che porta alla dittatura, la portata di cambiamento sociale e politico del Manifesto di Ventotene, è la dimensione europea del federalismo, è l’Europa federale. Allora, ci si dichiara o si è federalisti? Perché non si conosce una sola iniziativa che indichi che, a partire dal principale partito di provenienza, il PCI, fino a quello di arrivo, il PD stesso, ci si sia qualche volta premurati di far avanzare in Italia e in Europa l’idea di un’Europa federale. Si avrà adesso sul serio questa convinzione e la volontà di farla avanzare nelle posizioni ufficiali del PD e del PSE?
Francamente è lecito dubitarne, ma chissà! Resta il fatto che, come è stato rilevato da più d’uno, Spinelli, Rossi e Colorni, probabilmente avrebbero votato per il riarmo dell’Europa, mentre Schlein, forse per convinzione ma senz’altro per non allontanarsi dal pacifismo (sic!) di Conte &C, ha fatto votare contro, isolandosi addirittura dalla sua stessa famiglia europea, il PSE, e continua ora in una ambiguità che le impedisce di adottare una linea politica sfidante, di forte capacità trasformativa.
D’altronde nel Manifesto c’è scritto quanto segue: “Con la propaganda e con l’azione, cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami tra i movimenti simili che nei vari paesi si vanno certamente formando, occorre fin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far sorgere il nuovo organismo, che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un largo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l’autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli”. Era il 1941 e pare scritto apposta la mattina del 18 marzo scorso per guidare i discorsi e le decisioni del PD e di quanti senza timore e tremore si dicono di sinistra.
Ma Schlein &C si rendono conto che farsi paladini del Manifesto di Ventotene significa farsi carico di questo? Perché stare dentro i processi reali della storia oggi vuol dire non solo essere federalisti europei ma dover votare il riarmo dell’Europa, mentre puntare subito su un esercito europeo senza un rafforzamento significativo dei sistemi di difesa nazionali significa né camminare verso un sistema europeo di sicurezza nel momento in cui viene meno l’ombrello USA, né volere davvero l’esercito comune europeo, che per ragioni oggettive non può che essere il secondo step del processo che ha lanciato Ursula von der Leyen con il progetto di riarmo.
Peraltro, si rendono conto che non essendo chiari e coerenti su questo, mentre si illudono di tenere insieme un campo largo fatto solo di appezzamenti recintati, regalano a Giorgia Meloni la possibilità di apparire comunque più europeista di quanto non possa essere, lei che pure resta pervicacemente sovranista, e addirittura più coerente con il Manifesto di Ventotene di quanto loro non riescano ad essere perché lei alla fine il piano UvdL lo approva nonostante Salvini e nonostante Orban?
Ecco dunque perché al termine di queste due giornate cruciali della vicenda politica italiana, considerando peraltro anche i risultati del successivo Consiglio europeo, è necessario parlare di “Inganno Italia”. Perché il nostro paese, checché ne dica l’abile propaganda di Meloni e della sua maggioranza, proprio per loro responsabilità e per quella convergente delle opposizioni, e tra esse quella del tutto prevalente di Schlein e del PD da lei modellato, sta tornando ad essere, nell’attuale temperie storica, come il manzoniano Don Abbondio, “come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”. E con l’Italia anche l’Europa, se dipendesse solo da noi. Forse un delitto, certamente un inganno.
Commenti
Una risposta a “18 E 19 MARZO: VA IN SCENA “INGANNO ITALIA””
Magnifica cronaca/analisi. Sono d’accordo con le considerazioni e la valutazione che ne risultano.