All’uomo
Da Le città invisibili di Italo Calvino
che cavalca lungamente
per terreni selvatici
viene desiderio
d’una città
E’ stato approvato dalla Camera dei Deputati il decreto-legge “salva-casa” definito dall’on. Salvini una rivoluzione liberale “che semplifica la vita a milioni di cittadini italiani ostaggi della burocrazia”. Il testo facilita la sanatoria di una serie di irregolarità edilizie oltre che i cambi di destinazione d’uso.
Sarà comunque utile attendere il testo definitivo all’indomani della approvazione da parte dell’assemblea del Senato per una esauriente valutazione del provvedimento.
Tuttavia il decreto potrebbe essere l’occasione, seppure da una particolare angolazione come quella che prevede il testo, per tornare a dibattere di urbanistica.
Cosa è oggi l’urbanistica? E’ “la cancellazione”, come scrive una “Lettera-Appello al legislatore” di numerosi professionisti, “di decenni di cultura urbanistica che è alla base del necessario equilibrio fra protezione delle cose e sfruttamento delle stesse, fra fruizione e conservazione, fra la garanzia del diritto privato di proprietà e l’esercizio delle potestà pubbliche chiamate a conformarlo per assicurarne la funzione sociale, a vantaggio di tutti”? E’ l’intoccabile dm1444 del 1968 sugli standard? E’ la contrapposizione storica tra i diritti degli operatori immobiliari e i diritti della collettività?
Mi chiedo: siamo sicuri che sono questi i temi fondamentali della pianificazione delle città degli anni futuri?
Ma cosa è oggi la città, oltre il nostro quartiere? A volte abbiamo difficoltà a riconoscerlo per le insegne colorate in lingue intraducibili, in odori che vengono da lontano, in merce che spesso ci è sconosciuta. Così come abbiamo difficoltà a ritrovare i volti familiari dei nostri vicini. Ci siamo chiesti cosa vuole questa comunità fatta di cittadini e immigrati, con storie e tradizioni spesso così lontane, con cui conviviamo?
Vorrebbero una città di grandi spazi, occasione di incontro e di dialogo, luoghi in cui spendere il proprio tempo libero ma chiedono anche una città governata, pulita, organizzata e sicura.
E’ nelle comunità urbane e metropolitane che si sperimenta la profonda inadeguatezza delle nostre istituzioni e la crisi del sistema politico ed è quindi dal governo delle metropoli e dalla gestione delle città che deve partire quel processo di rinnovamento che necessariamente dovrà investire tutto il Paese e che presuppone la cultura della modernizzazione nelle istituzioni, nella produzione dei beni, nella formazione professionale, nella pianificazione del territorio e soprattutto nella cultura.
Le città possono divenire un luogo felice soltanto se sono percorse dalle vie di comunicazione, visibili e invisibili, le strade e le fibre ottiche tutte necessarie, anzi indispensabili, per assicurare il dialogo, per semplificare il lavoro, per garantire la crescita demografica.
Una collettività che chiede sempre di più di vedere, di sapere, di conoscere, di vivere il suo tempo in spazi belli, stimolanti, ricchi di suggestioni e comunque spazi di città. Si tratta di porre le premesse di un processo analogo a quello che si legge nella storia di molte città, su luoghi centrali capaci di accogliere in sé non soltanto le funzioni ma anche l’immagine e le suggestioni della città futura.
Lo strumento tecnico rimane ancora oggi il piano regolatore?
Forse il problema è proprio qui: pensare ad un nuovo piano regolatore (al di là delle difficoltà politiche di metterlo in cantiere) potrebbe non essere la strada più giusta se esso rimane nei contenuti quello strumento “antico” che già poco e male è servito a regolare la crescita di molte delle nostre città.
Forse, al di là del nome, esso dovrebbe essere un’altra “cosa”: non un disegno di “scuola” (conservatrice, democratica, riformista, ecc.) bensì uno strumento per amministrare, certamente caratterizzato, ma snello ed agile da attuare. Un insieme di scelte che non siano a favore o contrarie alla “macchia d’olio”, a favore o contrarie al “piano-progetto”, ecc. bensì che partano dalla città, dalla sua attuale configurazione, per andare oltre tracciando linee di cultura e di sviluppo, direttrici di crescita, collocazione di opere e di grandi opere in un quadro che tenga conto della cittadinanza.
Perché i cittadini, al di là e al di sopra delle regole, delle leggi, del piano regolatore, nel frattempo si sono costruiti la “propria” città.
O meglio le tante e diverse città che ormai vivono e convivono nei territori comunali: il centro storico, la città consolidata, i quartieri del dopoguerra e del boom economico, la periferia più lontana sfilacciata e slabbrata.
Che la città sia cambiata (e ancora cambierà) è una realtà: alla cultura dell’espansione si è sostituita quella della trasformazione e della rigenerazione. È quindi necessario un nuovo atteggiamento culturale, tecnico e strutturale verso la pianificazione.
La consapevolezza ormai diffusa (e fin troppo solo declamata) dei valori dell’ambiente, le scelte alternative di politica socio-economica, la rivoluzione digitale, lo sviluppo tecnologico, il bisogno di città, l’esigenza di porre maggiore attenzione alla forma urbana, la ricerca del “bello” da vedere e da vivere sono imperativi complessi ma vitali per la vita dei cittadini.
Sappiamo che, come è già accaduto oltre un secolo fa quando siamo passati dall’economia agricola a quella industriale, siamo immersi in una nuova fase di transizione, dall’economia industriale a quella digitale.
Ma dobbiamo definire cos’è questa fase di transizione: da cosa a dove, da quando stiamo vivendo a quale tempo prossimo. Per poter costruire una nuova idea di città. Una nuova idea dell’abitare.
Se è vero che “transizione” non è una parola magica, è altrettanto vero che non c’è più certezza sulle capacità del trio democrazia-scienza-progresso di darci le risposte di cui abbiamo bisogno.
Se è vero che la fase di transizione è la dimensione in cui viviamo; se è vero che persino i sostenitori dei Mac Donald’s, quando chiedono di realizzare i loro progetti, si appellano al concetto di transizione per difendere i loro investimenti e l’occupazione o la salvaguardia dell’ambiente; se è vero che per i cittadini “transizione digitale” è diventato un rullo compressore, una rincorsa al nuovo, una predisposizione stressante al domani; se tutto questo è vero dobbiamo chiederci come sta cambiando e come cambierà la vita nella città, cosa dobbiamo fare oggi per adeguare la città alle nuove tecnologia e ai bisogni delle prossime generazioni.
All’ombra del dubbio che ci assale “al calar della sera” cerchiamo le alternative alla paura del futuro.
Ed è con questa realtà che dobbiamo fare i conti, trovare gli strumenti per risolvere i problemi. Compito difficile per una comunità immersa nel presente, dominata dalla incertezza del proprio domani. Eppure l’unica terapia, con altre idee e con nuovo spirito, è la ricerca del cambiamento, della trasformazione. E forse per tutte queste ragioni, che si avverte la necessità, l’esigenza di fornirci di una “idea” nuova, inclusiva, bella, democratica di città.
La città cambia: un tempo fu luogo di scambi, di mercato, di abitare. E oggi? E domani?
Non basta più l’elenco delle cose da fare che sono sempre cose che non sono state fatte ieri a cui si cerca di porre rimedio domani. Le buche, la spazzatura, i giardini urbani abbandonati, le aree di “standard” inutilizzate, polverose, buie, e via così dovrebbero essere ordinario lavoro di un’amministrazione efficiente che non dovrebbe avere bisogno di proclami e parole. Bisogna fare, fare bene e presto. Una buona amministrazione non ha bisogno di un lungo elenco di ciò che farà ma deve concentrarsi su 3/4 “cose” su cui punta per dare un senso e un ruolo alla città. “Cose “che non attengano alla ordinaria amministrazione quanto piuttosto “cose” che abbiano la forza e la spinta per riportare i cittadini a credere, a sperare, a sognare.
Una forte idea di come sarà e di cosa significa oggi città deve ispirare un piano regolatore, strumento agile, snello, duttile per adeguare l’ordinario, ma allo stesso tempo progetto dinamico dello sviluppo futuro.
Come si fa a pensare di adeguare e revisionare criteri, norme, strategie ormai invecchiate per città che sono diventate altro? Architetti e ingegneri, amministratori e politici conoscono davvero la città? La percorrono, la vivono, la sentono, la odorano, “parlano” con le sue case, le sue piazze, i suoi parchi, la sua gente? C’era qualcuno come Kevin Lynch o come Camillo Sitte, anni e anni fa, che prima di pensare, disegnare, progettare, in totale solitudine facevano chilometri a piedi con taccuino e matita per fissare nella memoria ciò che la realtà suggeriva.
Un fare urbanistica da sognatori? Forse, ma cos’è l’urbanistica se non un sogno da realizzare?
Oggi invece basta avere il Cad e i droni e voilà si sa tutto su uomini e cose. E i risultati sono sotto i nostri occhi. Città senz’anima, senza quegli spazi “inutili” che la rendono bella e affascinante, senza quei luoghi di sosta da dove guardare e ammirare la sua anima, sentire il suo cuore battere.
Bisogna avere il coraggio di cambiare le regole del gioco. Ma il coraggio non si compra, non assicura il consenso, non si baratta. Come hanno scritto i filosofi inglesi del ‘700 una scelta morale deve assicurare il massimo del piacere quindi se in una città si vive male la questione che si pone è una questione morale.

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