Per me Eduardo De Filippo è come un corso di laurea di cinque anni, con esami tutti superati con la media del trenta, e una tesi di laurea mai discussa. Nel senso che su di lui non ho mai scritto un libro, non gli ho mai dedicato un programma televisivo. Sono due i personaggi che non ho mai trattato pur avendoli studiati a fondo: l’altro è Charlie Chaplin. Molti anni fa feci anche un viaggio sulle piste di quello che gli americani chiamano “The One”, l’Unico, ma quando chiesi alla Columbia University di darmi qualche cosa che avevano di scritto su di lui mi misero in mano un librone di mille pagine: erano tutti titoli di libri, di saggi e di articoli.
Eduardo l’ho seguito sempre, ho visto tutte le sue commedie in teatro, fin da quando, ragazzo, scoprii che esisteva un modo per entrare in teatro gratis, a battere le mani. Entrai a far parte della clacque e vi rimasi in pianta stabile grazie a Gassman che rimase soddisfatto per gli applausi puntuali che gli avevo fatto fare al suo Amleto. Gassman mi ringraziò pubblicamente davanti al signor Crociani, che era quello che distribuiva i biglietti per tutti i teatri di Roma.
“Se lo tenga stretto questo ragazzo…” disse il ‘mattatore’ con la sua voce stentorea, e da allora il signor Crociani non mi mollò più. Mi faceva fare tutte le prime importanti, mi diceva di portare amici, maschi perché, per motivi non capii mai, le ragazze non potevano fare la clacque. Io entravo gratis e qualche volta il signor Crociani mi allentava anche qualche banconota.
Eduardo veniva tutti gli anni, per tre o quattro mesi, al teatro Eliseo, uno dei teatri più prestigiosi di Roma. Ogni anno presentava una novità e poi riprendeva due o tre opere del suo repertorio. Al Teatro delle Arti c’era sempre suo fratello Peppino, da cui si era separato oramai da tanti anni, ma non era la stessa cosa. Peppino era un grande attore comico, superiore in questo anche a Eduardo, ma si era messo in testa di scrivere commedie sue, per di più in lingua italiana, che non avevano niente a che vedere con quelle di suo fratello. Ma io andavo a vedere anche lui e mi sforzavo di immaginare che cosa erano stati i due insieme, anzi loro tre, con la sorella Titina.
E quando vidi per la prima volta quella che io considero la commedia perfetta di Eduardo, Natale in casa Cupiello, con il bravissimo Pietro De Vico nella parte di Tommasino che era stata scritta per Peppino, rimpiansi di non essere nato una ventina di anni prima.
Lo vidi anche in Miseria e Nobiltà, la più celebre commedia di Eduardo Scarpetta, suo padre, quando prima della rappresentazione lui uscì a sipario chiuso con il figlio Luca per mano. “Questo è mio figlio Luca” disse “che debutta nella parte in cui abbiamo debuttato tutti. Ha soltanto sette anni, compatitelo”. E’ una di quelle cose che ti fanno dire “e io c’ero!”.
L’ho visto nei panni di Pulcinella, in Palummella zompa e vola e sembrava che la famosa maschera fosse stata modellata proprio sul suo volto. L’ho visto in Filumena Marturano, non più con la sorella Titina, per la quale l’aveva scritta, che si era ritirata dalle scene, ma con Regina Bianchi, certamente la più grande Filumena Marturano della storia di questa fortunata commedia. L’ho visto ne Le voci di dentro, una delle sue commedie più straordinarie quella che più rappresenta, a mio avviso, la fase matura di ispirazione pirandelliana. Come Questi fantasmi.
L’ho visto anche in Napoli milionaria, la commedia che lo rivelò, oltre che come grande attore, anche come drammaturgo. L’ho visto in Sabato, domenica e lunedì, il dramma in cui il rancore famigliare monta esplode e si placa nei tempi di cottura di un ragù. Insomma l’ho visto sempre, andavo alle prime e spesso anche a qualche replica perché non mi stancavo mai di vederlo. Anche io, come tutti, subivo il suo “effetto calamita” che soltanto pochissimi attori riescono ad emanare. In una scena in cui ci sono tanti personaggi, in cui succedono tante cose e tante cose si dicono, lui se ne stava da una parte in silenzio e senza fare niente e tutti gli spettatori erano attratti da lui, dai suoi silenzi, dal suo volto scavato, che sembrava si portasse dietro tutte le sofferenze dell’umanità.
E poi ero incantato a vedere tutti gli attori napoletani che ruotavano intorno a lui. Come dimenticare Nina Da Padova, Ugo D’Alessio, Gino Marincola, Enzo Petito, Pupella Maggio, Luisa Conte, Pietro Carloni, Isa Danieli, Enzo Cannavale e un esercito che è passato nelle sue compagnie.
Poi, quando non era più tempo di clacque, continuai ad andare da spettatore pagante e con i miei figli feci come con la Lazio, fin da piccoli li portai a teatro a vedere Eduardo. Lui recitò fino all’ultimo e la sua ultima recita la dedicò al Berretto a sonagli, la commedia di Luigi Pirandello, che gli aveva fatto capire che il teatro non può essere soltanto farsa.
Ricordo l’emozione quando riuscii a mettere nella mia povera biblioteca di ragazzo le sue commedie, i due bellissimi volumi, pubblicati dalla casa editrice Einaudi, che era il nostro faro : La cantata dei giorni pari e La cantata dei giorni dispari. Da quei libri capii la solidità e la raffinatezza della scrittura di De Filippo.
Negli anni avevo raccolto spesso dalla viva voce degli stessi protagonisti i tanti aneddoti sulla sua “cattiveria”, sul suo rigore professionale che spesso lo faceva apparire scostante e avaro nei sentimenti.
Insomma era venuto il momento di mettere a frutto tanti anni di spettatore entusiasta e tanti studi fatti. Era arrivato il momento di discutere la tesi e finalmente laurearmi in “eduardologia”. Insomma era arrivato il momento di scrivere un libro su di lui. Il titolo me lo aveva suggerito Raffaele Crovi che dirigeva la Bompiani e che mi aveva già pubblicato un libro su Totò e uno sulla Magnani che avevano riscosso grande successo: “Eduardo e i suoi fratelli”.
Detti a Ferruccio Marotti, titolare della cattedra di teatro alla Sapienza, con il quale avevamo organizzato un seminario con Alberto Sordi, l’idea di organizzare un seminario di Eduardo sulla sua drammaturgia. Eduardo accettò e lasciò alla cultura italiana le sue preziose lezioni sul teatro, sul dramma e sulla farsa della vita. Alla fine mi feci avanti e gli chiesi di poter scrivere quel famoso libro a cui mi preparavo per anni. Non gli piacque il titolo, non voleva che si parlasse della sua famiglia, non voleva che si parlasse dei fratelli De Filippo che portavano il cognome materno, perché il loro padre era Eduardo Scarpetta il marito della zia della loro mamma.
“Nella mia famiglia ci sono cose sporche” mi disse. “Sono risapute…” risposi. “E chi ve l’ha detto?”. “Lei lo disse quando presentò in televisione un ciclo di commedie di Scarpetta, mio padre, precisò”. “Non mi ricordo!” così Eduardo chiuse il discorso e rimase il mio corso di laurea incompiuto.
La notizia della sua morte mi arrivò a Los Angeles dove ero andato a fare la ricerca su Chaplin, la mia seconda laurea mancata.
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