Che il teatro sia in crisi non è cosa nuova o dei nostri giorni; infatti, ne aveva preso coscienza anche Pirandello nel 1921 e cioè nel primo ventennio del secolo scorso.
Nei “Sei Personaggi in cerca di autore”, si pone il problema del teatro che ha bisogno di rinnovarsi continuamente e che non sempre è a passo con i tempi tradendo così le aspettative del suo pubblico.
Lo spettacolo, in scena dal 19 al 30 marzo al Teatro Argentina, con la regia di Valerio Binasco, produzione Teatro Stabile di Torino- Teatro Nazionale, ha richiamato un vasto pubblico; in sala si avvertiva una spasmodica attesa per un Pirandello rinnovato sia nella forma, sia nel linguaggio, vista la bravura dell’equipe in scena, per una soluzione innovativa dell’opera che, come alla fine sottolinea il figlio (personaggio importante nella commedia) è stata scritta 104 anni fa.

Ma chi sono i sei personaggi?
Attori o protagonisti del teatro della vita oppure solo l’alter ego di entrambi?
Certo gli attori cercano di interpretare al meglio le azioni dei protagonisti, ma il difficile consiste nel voler rappresentare le emozioni, le sensazioni che ogni drammaturgo cerca di trasmettere loro.
Ma a parere di Pirandello, ciò sembra davvero difficile se non impossibile; infatti, quando gli attori o presunti tali cercano di interpretare quello che definiscono il “ruolo” di ogni personaggio, vengono fermati dai protagonisti della commedia perché nessuno assomiglia a loro in particolare la protagonista lo dichiara ad alta voce: quella non mi somiglia affatto.
Ogni individuo è un personaggio a sé e nessuno mai potrà rappresentare il suo dramma perché è personale; un dolore, una gioia o qualsiasi altra sensazione non può essere trasmessa, a volte, noi stessi, ricordando un dolore, non riusciamo a quantificarlo.
Questa opera fin dalla prima rappresentazione al Teatro Valle di Roma nel 1921 fu oggetto di profonda discussione in quanto metteva in crisi i concetti fondamentali di un teatro concepito valido fino a quel momento. Non ci si limitava più a rappresentare un’opera così come era stata concepita dal suo autore, ma si analizzava il teatro, la sua funzione e la sua concezione borghese che Pirandello aveva già evidenziato nelle sue precedenti opere, in particolare il borghesismo voyeuristico della sua società siciliana.
Quindi si trattava di affrontare una nuova stagione ovvero il teatro nel teatro, a questo punto, davvero pleonastica se non superflua, nelle varie opere teatrali addirittura si accennava alla morte del teatro. Del resto, ancora oggi, all’inizio dello spettacolo, gli attori in scena, rivolgendosi alla platea gridano: questo teatro è morto perché fatto per spettatori morti!
Allora perché rappresentare ancora opere solo apparentemente così lontane dalla nostra realtà quando si potrebbe ricorrere a rappresentazioni più moderne?
A questo punto interviene il regista Binasco, il quale afferma che tali opere sono immortali perché i protagonisti sono divenuti esseri letterari; continuando, egli afferma che in questo momento, e più che mai necessario rivolgersi ad autori come Pirandello, Shakespeare, Goldoni, Cechov, ai cosiddetti “pezzi da museo”, dal momento che si è alla ricerca della modernità e niente è più moderno di un’opera che contiene in sé tanto di antico! (Charles Baudelaire).
I tempi cambiano e con essi la forma delle cose, ma in fondo l’uomo è sempre lo stesso e la funzione del teatro non tradisce le aspettative dal momento che solo affrontando il nostro alter ego e riconoscendoci in esso noi possiamo fare i conti con la nostra natura ed accettarci nella umana finitezza che ci rende unici.
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