Spesso si è parlato di Umbria laboratorio, soprattutto a sinistra, ciò che ha sempre indotto i liberaldemocratici ad alzare le antenne per la sensazione che con questo si volesse esaltare, più che la disponibilità e l’interesse all’innovazione o addirittura l’idea di società aperta, esattamente l’opposto, ossia il modo per gestire i cambiamenti al fine di conservare il sistema di potere. Un sospetto ora abbondantemente giustificato anche dalla vicenda più recente che concerne ancora una volta la sanità e che occupa in questi giorni le cronache della regione. Vediamo di che cosa si tratta, essendo essa interessante certo per capire dove va questa regione, ma anche perché questa volta l’idea di laboratorio può essere utile per capire come effettivamente funziona il bipolarismo all’italiana sul territorio.
Bisogna partire dalla constatazione che la formula magica dell’assetto di potere in Umbria è bipolare: bipolare per le province, bipolare per la sanità, bipolare anche per il calcio. Bipolare ovviamente per la politica. Ma in tutti i settori non va granché bene, naturalmente per ragioni e gradi diversi. Magari non è un gran problema per il calcio, lo è invece per le province e soprattutto per la sanità. Si attendeva però alla prova soprattutto la politica, giunta alla formula bipolare abbastanza recentemente, nel 2019, quando dopo più di cinquant’anni la coalizione di sinistra lasciò il posto di comando a quella di destra, detronizzata a sua volta da poco, nel 2024. Ora è arrivata la controprova: il bipolarismo non regge all’urto della realtà e alla prova del governo fallisce.
La vicenda è emblematica e fornisce indicazioni interessanti che travalicano abbondantemente i confini regionali, di una regione piccola ma che per diverse ragioni ha rappresentato spesso un test di livello nazionale. In questo caso avvalorato ad esempio dal fatto che la doppia vittoria della sinistra in pochi mesi, prima a Perugia e poi in regione, aveva ridato vigore ad un PD esangue facendo sognare il decollo nazionale del campo largo tanto caro a Elly Schlein.
La premessa è che storicamente in Umbria il sistema di potere si è fortemente strutturato in senso centralistico e piramidale: tutto arriva a Perugia e da lì parte o viceversa, in un gioco a due o al massimo a tre quando, oltre a Terni, riesce ad inserirsi Foligno, la terza città della regione. Tutto il resto esiste, quando va bene di rinterzo o di sponda, per usare metafore del gioco del biliardo (non si dimentichi che a Foligno c’è il bar con il biliardo il cui birillo coincide con il centro del mondo, sic!), quando va male come briciole o poco più.
La sintesi di questo sistema è una legge elettorale a turno unico con collegio unico regionale e premio di maggioranza, che taglia fuori i territori, permette di esprimere rappresentanza solo alle città più grandi e seleziona di fatto il ceto politico su basi di fedeltà al sistema, che è appunto perfetto per il bipolarismo. Infatti, quando formazioni piccole o civiche tentano di introdurre nel sistema un’articolazione con elementi di discontinuità, alla fine si ritrovano dentro uno dei due poli o schieramenti e si accontentano anche di poco magari solo per dimostrare di avere una qualche possibilità di influenza. Oppure fanno come Civici per l’Umbria, la formazione che mantiene orgogliosamente la propria autonomia e una netta linea riformatrice extrabipolare: niente potere in cambio di grande libertà, con l’obiettivo almeno di fare semina per superare il bipolarismo come pura lotta di potere, visione ristretta e prospettiva corta se non cortissima, conservazione e rinsecchimento culturale.
La sanità rispecchia esattamente il sistema politico-istituzionale centralistico e piramidale. Qui dunque si concentra per forza di cose la lotta per il potere regionale, anche perché la sanità vale circa l’80% del bilancio. Nel 2019 la battaglia contro il sistema di potere PD, concentrato soprattutto in sanità (tutti ricorderanno “sanitopoli” con arresti, processi, dimissioni della presidente volute dal suo stesso partito), portò la coalizione di destra al potere in una regione da sempre a guida PCI-PDS-DS. Ma, come detto, dopo soli cinque anni, nel 2024, la sinistra ancora a trazione PD è tornata alla guida della regione, con una durissima campagna elettorale sostanzialmente centrata sulle numerose e serie questioni appunto della sanità: liste d’attesa, transumanza sanitaria, carenze di personale, diseguaglianze territoriali, ossessione della spesa pubblica e processi di privatizzazione.
La coalizione di destra aveva vinto nella tornata precedente promettendo una rapida e sostanziale soluzione dei problemi che avevano generato “sanitopoli”, una rottura del sistema di potere della sinistra con una riorganizzazione sia dei servizi territoriali che di quelli ospedalieri. Alla prova dei fatti però, certo anche per la pesante eredità ricevuta e per la lunga e difficile stagione del Covid, ma soprattutto per una gestione molto condizionata da tatticismi ed equilibrismi anche imposti da Roma, le buone intenzioni sono rimaste largamente tali. Il sistema di potere è restato sostanzialmente quello di prima e la sanità ha continuato a non funzionare, contraddicendo i continui proclami ottimistici, anche con aggravamenti ben percepiti e non perdonati dalla popolazione.
Il fatto davvero singolare tuttavia ora è che la coalizione a guida PD (9 consiglieri su 12), con dentro M5s e AVS e alcuni apporti di Azione, IV e civici, di fatto senza ruolo (il cosiddetto “patto avanti” o campo larghissimo), dopo soli tre mesi rischia un tonfo prematuro, naturalmente ancora sulla sanità, dimostrando, se ce ne fosse stato bisogno, che una cosa è protestare, altra cosa è render conto; una cosa è promettere in campagna elettorale, altra cosa è fare i conti con la realtà; una cosa è saper vincere, altra cosa è saper governare.
Così ormai da giorni e giorni la regione è in subbuglio, lo scontro tra i due schieramenti è arrivato al calor bianco, la minoranza ha anche occupato giorno e notte il consiglio regionale, si susseguono conferenze stampa contrapposte. Al centro della disputa c’è un presunto forte deficit (-243 milioni) del servizio sanitario regionale, per ripianare il quale e per scongiurare il commissariamento, annunciato come altrimenti inevitabile, la Giunta sostiene di dover aumentare l’intero pacchetto fiscale della regione: IRPEF, IRAP, Bollo auto (+323 milioni).
Il punto critico è che la Giunta, forse per la fretta di avere un quadro della spesa e forse non fidandosi dei funzionari, ha affidato il compito di analizzare la situazione ad una società privata (costo 135.000 o 160.000 euro, a seconda delle versioni), che ha rimesso alla svelta una prima relazione di sintesi. Senza troppi complimenti e senza pensarci troppo, comunque senza alcun confronto esterno, non solo qualcuno ha pensato di darne subito notizia sparando la cifra del presunto grande buco, ma su questa base è stato assunto un atto deliberativo ufficiale che ha aumentato le tasse al livello citato, appunto per complessivi 323 milioni, un vero salasso che colpirebbe soprattutto i ceti medi della regione, che sono il suo nerbo sociale, peraltro senza alcuna garanzia di una seria riforma che elimini le strozzature e le disfunzioni che alimentano il deficit e produca un miglioramento del servizio da tempo atteso.
Subito è apparso chiaro che qualcosa non filava. Innanzitutto i numeri: come si spiega la distanza tra livello del deficit denunciato e livello del salasso fiscale? Dopo uno stucchevole rimpallo di cifre alla fine si capisce che il famoso deficit di 243 milioni non c’è: infatti, prima scende a 90 milioni, poi a 40. Ma nella tesi, peraltro ben argomentata, dell’ex presidente Donatella Tesei è senz’altro di 34 milioni e con i 48 milioni del pay-back dispositivi medici previsti per legge si potrebbe arrivare addirittura ad un surplus di 14 milioni.
Già questo gioco dei numeri è sconcertante. Ma lo sconcerto diventa incredulità quando si apprende, documenti alla mano, una prima verità, ossia che la cifra del deficit di 40 milioni, e non di 243 né di 90, è contenuta in una pagina della ormai famosa relazione dell’agenzia privata, che non si capisce come possa essere sfuggita alla Giunta e che nella tesi della minoranza sarebbe stata invece appositamente nascosta nella conferenza pubblica del giorno precedente turlupinando così, si dice, l’opinione pubblica. L’incredulità aumenta quando si rende evidente anche una seconda verità, cioè che anche il commissariamento non solo non è all’orizzonte, ma non si capisce come possa essere venuto in mente a qualcuno per giustificare l’urgenza e l’ammontare del salasso fiscale. A meno di non averlo fatto scientemente, ma è e deve essere ipotesi assurda, per rendere digeribile un aumento di tasse altrimenti ingiustificabile o difficile da giustificare con altri argomenti.
Non può dunque stupire che in una simile situazione l’opposizione abbia chiesto, insieme al ritiro della delibera della Giunta per manifesta infondatezza, anche le dimissioni dell’intero esecutivo per aver ingannato il popolo umbro e si sia recata per questo dal prefetto, oltre infine a riservarsi ulteriori iniziative per chiarire la regolarità delle procedure per l’affidamento dell’incarico di advisor ad una società privata anziché ad un ente di certificazione. Anche questa una questione molto seria, potendo la Giunta disporre della conoscenza diretta sia dei bilanci sanitari certificati fino al 2023 dal MEF stesso e fino al dicembre 2024 da una figura professionale della regione.
Tutto questo sembra incredibile perché in apparenza non si intravede un minimo di razionalità e di buon senso. In realtà a guardar bene una logica potrebbe anche esserci, logica politica ovviamente, se ci si pone all’interno della coalizione di campo largo, il cosiddetto “patto avanti”, che ha vinto le elezioni. Il PD ha forse voluto dimostrare chi comanda nella coalizione non avendo ottenuto l’assessorato alla sanità? Un dubbio, solo un dubbio. D’altronde la presidente, vittoriosa anche perché civica, dopo aver promesso di portare “il modello Assisi in Umbria”, di fatto ha rinunciato a sostenere candidati civici favorendo così il PD sia ad Assisi che in provincia di Perugia. È forse, chissà, un altro tentativo di assestamento del sistema di potere in regione? Se è così avrà di sicuro bisogno di qualche ulteriore messa a punto.
Tutto noto comunque, ma il laboratorio umbro conferma che il bipolarismo si regge su basi non proprio solide ma comunque di sopravvivenza e però a prezzi abbastanza salati per i cittadini: intendere la lotta politica come battaglia per sostituire gruppi di comando con altri gruppi di comando; concepire e praticare la politica come arte della conservazione disturbando il meno possibile con visioni ambiziose e progetti di miglioramento una società sfiancata e sfiduciata; tenere la regione ben serrata nel suo centralismo verticistico e riparata dal pericolo che una crescita dei territori possa mettere in discussione una classe dirigente selezionata, come s’è detto, sostanzialmente per fedeltà al sistema.
Un gioco a perdere difficile da cambiare. E tuttavia la sua natura fallimentare addirittura da manuale apre spazi notevoli alle forze riformatrici che pure esistono. Vedremo come si svilupperà la vicenda sanità che abbiamo descritto. L’impressione è che questa volta non finirà in cavalleria. D’altronde non può non destare attenzione se non allarme un dato incontrovertibile: la sinistra ci ha messo cinquant’anni a cedere un sistema di potere che sembrava inossidabile, la destra ci ha messo cinque anni senza pretese di inossidabilità, il campo largo a trazione PD, con una stupefacente capacità autolesionista, rischia di metterci solo tre mesi. Una velocizzazione che in qualche mente sveglia dovrà pure generare il seme dell’allarme.
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