di RAFFAELE ARAGONA

Cartolina edita dalla reverenda Fabbrica di S. Pietro riproducente una stampa del 1586: “Dispositione e veduta generale delle machine che servirono per alzare l’obelisco vaticano”, tratta dall’opera dell’architetto Carlo Fontana, Della Trasportazione dell’Obelisco Vaticano.

5. Se l’anagramma diventa un epigramma

Alterne fortune, quelle dell’anagramma dopo gli splendori del Seicento. Splendori raggiunti in breve tempo, giacché pare che questo artificio si sia diffuso in Italia soltanto in occasione delle manifestazioni celebrative per l’erezione dell’obelisco vaticano. Lo sostiene Giovanni Pozzi (La parola dipinta, Adelphi Edizioni, Milano, 1981) e precisamente pare che ciò avvenne per merito del provenzale Gugliemo Blanc che, nei suoi Epigrammata obeliscum (Roma, 1586), volle includere una scelta di anagrammi corredata di un piccolo trattato e di alcune considerazioni sull’argomento:

«avuta l’occasione di nominare l’anagramma, non potei evitare di stupirmi nel constatare come una cosa antichissima per nascita, mirabile per l’artificio, amabile per la grazia, frequente presso di noi (in Francia) fosse qui (in Italia) tenuta in poco conto, addirittura ignorata, non dico dal volgo o dai pochi istruiti, ma pure dai dotti».

Lo scritto di Blanc ebbe una pronta risposta da parte di letterati o poeti italiani, i quali si avvalsero pure di una nuova e originale formula, per la quale l’anagramma si incastonava nell’epigramma, come nei versi del fiorentino Giovan Battista Fagiuoli (1660-1742):

Chi fe’ quell’anagramma puro e schietto

e che da MOGLIE ne cavò MI LEGO

fu più che sapientissimo soggetto.

Sull’argomento, però, in tempi più recenti alcuni appassionati di anagrammi continuarono: Se qualcuno ribadì

Il peggior dei mali

è di pigliar moglie.

Qualcun altro volle pareggiare così

Ed il pigliar marito,

ti par l’idea miglior?

e ancora qualcun altro concluse:

Non pigliar più moglie, mai accettar marito

o cieca umana gente, parmi il miglior partito.

(in questi ultimi esempi, naturalmente, ciascun verso è anagramma del successivo).

Alla decadenza dell’anagramma forse contribuirono pure le continue critiche e i derisòri commenti che l’artificio riscuoteva di tanto in tanto. Così, ad esempio, Benedetto Menzini ebbe a dire di Buda, un letterato che si dilettava di queste e di altre diavolerie linguistiche, come di acrostici e di equivoci:

Io lascio a Buda schiccherar le carte

d’anagrammi, d’elogi e dell’acrostiche

e mill’altre sciocchezze al vento sporte.

E mille cose indiavolate ed ostiche,

che si fanno sentir lontano un miglio

di sua bestialità nunzie e pronostichi.

Potrebbero dirsi «epi-anagrammi» queste invenzioni di Carmelo Filòcamo, letterato-enigmista calabrese di qualche decennio fa, solito a divagazioni del genere.

ALBERTO MORAVIA,

IL BRAVO AMATORE,

è l’uomo che guarda

                                 …la vita interiore.

Quest’altra quartina è per l’autore di Horcynus Orca:

FO ARTE DA SIGNOR e d’ogni rigo

lo stil distillo riscrivendo insonne.

Fatal fu l’ Orca, STEFANO D’ARRIGO,

fatale è Cima delle nobildonne.

Alberto Moravia
Stefano D’Arrigo

                                           










Nel mirino di Filòcamo capitarono anche i giornalisti:

I TAL SIGNORI son LIGI O STRANI

calunniatori antelucani

o STILA GIORNI fan senza tema

fan SALTI IN RIGO  e con perizia

NOI GLI ASTRI  siamo della notizia.

e a giornalisti furono dedicati anche altri brevi versi, come questi per la Cederna

CAMILLA CEDERNA,

che a volta trascende,

sarebbe materna,

MA L’IRA L’ACCENDE.

e questi altri rivolti a chi, negli anni ’80, era direttore de “Il Mattino”:

PASQUALE NONNO

esulta ogni… mattino:

– QUAL PENNA SONO! –

e sputa sul pennino.

Camilla Cederna
                                   Pasquale Nonno











Anche chi scrive si è divertito, anni addietro, a scrivere cose del genere:

Oggi a fare politica, si sa,

ci si impantana con facilità:

ammettere bisogna che

CLEMENTEMASTELLA

bene SCATTA NELLE MELME.

Da quando è lui, CIRIACO DE MITA,

coordinatore della “Margherita”,

i vecchi amici suoi van sospirando:

«’AI, COME CI TRADÌ, quello di Nusco!»

Clemente Mastella
Ciriaco De Mita












Per tutto quello che non va in città

è nei pasticci Rosa Iervolino;

ma non s’adira ANTONIO BASSOLINO

e dice «SÌ, NON LA BASTONO IO!»

Accigliata ogni dì per ogni cosa,

«AVREI SOLO UN SORRISO» dice ROSA

RUSSO IERVOLINO ed è per Luca,

l’Ass. interdetto che le ha dato buca.

Antonio Bassolino
Rosa Russo Iervolino