LA GUERRA NON È MAI LA SOLUZIONE

Il 23 marzo ricorre il tragico anniversario dell’azione partigiana di via Rasella. In quel giorno del 1944, un gruppo di ragazzi romani, appartenenti ai GAP (Gruppi di Azione Patriottica), fece esplodere una bomba contenente diciotto chilogrammi di tritolo nascosta in un carretto della spazzatura che provocò la morte di trentatré soldati appartenenti al Polizeiregiment “Bozen”. Ventisei di essi morirono sul colpo, gli altri trovarono la morte nei giorni successivi per via delle gravi ferite riportate. Dopo questo attacco i soldati tedeschi uccisero per rappresaglia 335 italiani.

Questo eccidio è conosciuto con il nome delle cave di pozzolana all’interno delle quali fu compiuto: le Fosse Ardeatine. Fu uno dei momenti più drammatici dell’occupazione tedesca del nostro Paese. Se questa azione fosse o meno necessaria e quale sia stata la sua utilità per determinare la ritirata della Wehrmacht dalla Capitale sono interrogativi che dividono l’opinione pubblica italiana fin da quando è stata compiuta e le polemiche ogni anno, in occasione della sua ricorrenza, non accennano a diminuire. Non è qui che vogliamo continuare la discussione in questo senso.

Il nostro scopo oggi è focalizzare l’attenzione sull’inutilità e l’anacronismo della guerra. Ormai quasi tutti coloro che vissero sulla propria pelle le atrocità della Seconda guerra mondiale sono scomparsi e molte persone oggi, compresi coloro che ricoprono ruoli di potere, non si rendono conto delle conseguenze catastrofiche che porterebbe un conflitto di portata mondiale combattuto con le attuali tecnologie. Sentire capi di Stato pronunciare frasi come “Un conflitto nucleare non è impossibile”, o “Bisogna che l’Europa si prepari a qualsiasi evenienza, anche a una guerra nucleare” fa gelare il sangue.  Fa ancora più rabbia che concetti del genere vengano espressi da leader di un Continente che di guerre che hanno devastato e decimato la sua popolazione ne ha conosciute ben due. Bisogna ricordare che nella Prima guerra mondiale le vittime stimate tra militari e civili sono state più di venti milioni. Nella Seconda più di ottanta.

Quanti morti provocherebbe oggi una guerra Russia-Nato? Ci sarebbero dei vincitori in un conflitto del genere? La risposta è scontata: no. E allora perché portare avanti il piano “ReArm EU” da 800 mld di euro annunciato pochi giorni fa dalla Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen? Piano il cui nome è stato prontamente modificato in “Readiness 2030”, ovvero prontezza di fronte alle minacce esterne. Possibile sia soltanto una mossa per “smuovere l’economia”? È davvero necessario arrivare a prefigurare un Terzo conflitto mondiale per far girare l’economia europea? Eppure, a distanza di poche ore dall’annuncio del piano di riarmo, sempre la Von der Leyen ha affermato di avere un ulteriore piano per “trasformare i risparmi privati in investimenti necessari”.

Qualche giorno dopo, visti i timori suscitati nei risparmiatori da una frase che si presta ad essere interpretata nelle maniere più disparate, alcune delle quali non proprio rassicuranti,  il suo ufficio stampa ha dovuto chiarire che la Presidente intendeva semplicemente evidenziare il fatto che si sta lavorando per offrire ai cittadini europei, definiti campioni di risparmio, una più ampia gamma di investimenti, ribadendo poi che essi con il proprio denaro sono liberi di fare quello che vogliono. In un secondo momento è arrivata la notizia che l’Unione Europea ha presentato il Savings and Investments Union (Siu), il piano per l’Unione dei risparmi e degli investimenti. Con questa proposta “Le famiglie avranno maggiori e più sicure opportunità di investire nei mercati dei capitali per aumentare la propria ricchezza e le aziende avranno un accesso più facile al capitale per innovare, crescere e creare buoni posti di lavoro in Europa” (Corriere della Sera).

Questo perché sui conti correnti delle famiglie europee sarebbero “parcheggiati” più di 10000 mld di euro su conti deposito a basso rendimento, denaro che se investito in modo migliore potrebbe generare 350 mld all’anno di ricavi in nuovi investimenti, sempre secondo la Commissione di cui la Von der Leyen è presidente. Vista così la cosa non può che essere positiva, restano però due interrogativi ai quali rispondere: possibile che sia necessario terrorizzare le masse con la minaccia di una guerra nucleare per portarle a fare nuovi investimenti? E come potranno persone che non hanno la minima conoscenza finanziaria investire il proprio denaro nei mercati dei grandi capitali? A queste se ne aggiunge una terza ed è: anche riuscendo, come convincere il popolo che questa sia una buona scelta? Di certo continuare a parlare di guerra non fa che generare incertezza nei risparmiatori che tenderanno a fare esattamente il contrario di quello che propone la Commissione europea, e cioè depositare i propri risparmi su conti correnti o, peggio, voler ritirare il denaro dalle banche e tenere i contanti nascosti in qualche posto ritenuto sicuro proprio come si faceva una volta.

Insomma, la propaganda di guerra non giova ai buoni propositi sbandierati in questi giorni, non facilita il raggiungimento degli obiettivi che la Commissione europea si sta ponendo in termini economici e non fa altro che tirare fuori il peggio delle persone che, terrorizzate, a tutto pensano tranne che a investire in mercati che potrebbero, invece che dare più ampi margini di guadagno portarle a perdere i risparmi di una vita. Di certo oggi non vi è nulla, l’unica vera speranza è che tutto questo vociar di guerra sia soltanto una strategia economica che nessuno se non il tempo potrà dirci se sarà in grado di dare buoni frutti per tutti.