di PIERO MONTANARI

Quando nel 1965 il grande divo romano del rock ‘n Roll Little Tony mi volle a suonare il basso elettrico nel suo gruppo, avevo poco più di 18 anni, e per me si stava realizzando un sogno che inseguivo da tempo. Mi sentii come il giovane calciatore che viene ingaggiato per giocare in “serie A” con la sua squadra del cuore.

A quell’epoca Tony era il mio mito, ed il mito di una schiera di fan che si infittiva ogni giorno. Per noi musicisti emergenti i riferimenti musicali erano davvero pochi all’epoca: Little Tony a Roma e Celentano a Milano. Claudio Villa e suoi epigoni non volevamo neanche vederli fotografati, con i Beatles che si affacciavano in quel momento sulla scena mondiale, con la loro incredibile rivoluzione musicale e dei costumi giovanili. La prima volta che vidi una loro foto erano quasi sconosciuti. Me la mostrò un compagno di liceo che era stato a Londra, e ricordo che mi misi a ridere dicendogli: “Ma dove vanno questi co‘sti capelli?” Non avevo capito nulla!

Frequentavo da intruso e pieno di aspettative la casa discografica romana di Little Tony, la Durium, a via S. Martino della battaglia, nel cuore della Roma umbertina. Era diretta dall’ingegner Caruana, e nella palazzina primi ‘900 a due piani si consumavano ogni giorno jam session di rock’n roll e progetti di canzoni da scrivere, suonare e registrare, e io ogni tanto mi infilavo, in attesa del mio turno. Poi arrivava come un alieno Tony, profumato con “Pour un Homme di Caron” (che subito comprai, anche se costava molto), rombante con la sua Ferrari California verde metallizzato e il suo ciuffo scompigliato, e noi in adorazione perché, oltretutto, interpretava anche perfettamente il modello maschile vincente del momento, soprattutto per la nostra generazione di ragazzi, con il ’68 al di là da venire. Auto sportive, le ragazze che gli cadevano tra le braccia, la fama delle sue canzoni, il mito del successo e dei soldi. E poi “Il ragazzo col ciuffo” era anche belloccio, e il soprannome gli rimase incollato tutta la vita, tanto che fece un disco 45 giri con questo titolo.

Tony partì alla volta di Londra nel 1958, a sedici anni, con i fratelli Enrico e Alberto Ciacci, uno chitarrista e l’altro bassista, dopo che i tre furono notati da un impresario durante uno spettacolo al teatro Smeraldo di Milano. Jack Good (questo era il suo nome) li convinse a partire per l’Inghilterra e lì il nome di Antonio Ciacci divenne Little Tony, in omaggio a Little Richard che al momento spopolava nelle chart di tutto il mondo. Nacquero così “Little Tony and His Brothers” e gli spettacoli ebbero tale successo da indurre Tony a rimanere in Inghilterra per alcuni anni.

Quindi la mia pervicacia e le mie aspettative di diventare il suo bassista furono premiate, dopo una prova musicale dove lodò il mio modo di suonare. L’occasione arrivò anche perché aveva litigato per l’ennesima volta con i suoi amati fratelli, Enrico chitarrista eccellente e Alberto, bassista, con i quali aveva da sempre un rapporto conflittuale.

Il nuovo gruppo con due sax, organo, basso e batteria si chiamò “I Fedeli di Little Tony” e girammo per due anni suonando Rythm ‘n Blues e Rock ‘n Roll tra Stati Uniti, Canada, Europa e Italia in lungo e in largo. Facemmo anche varie apparizioni in tv e un film del genere ‘musicarello’ dal titolo “Un gangster venuto da Brooklyn”, col grande attore Akim Tamiroff che ogni tanto ancora oggi viene trasmesso nottetempo nelle tv via cavo.

Poi ci si divise, come spesso accade nei gruppi musicali, e Tony tornò a suonare con i suoi fratelli. Ma ci incontravamo casualmente, ogni tanto.

In uno di questi incontri, un viaggio aereo Roma-Milano, erano passati più di vent’anni, e molte cose erano accadute, soprattutto politicamente: il ’68 con le rivoluzioni sociali, gli anni di piombo, i lavoratori nelle piazze, il femminismo, tutte grandi questioni con le quali personalmente avevo fatto i conti. Sul volo c’era Tony e io ero con un altro grande e famoso artista degli anni ’60, Don Backy, col quale in quel momento lavoravo. I due, come c’era da aspettarsi, iniziarono a rivangare i bei vecchi tempi del Cantagiro, del Festivalbar, di Saint Vincent e dei Sanremo dove si erano ritrovati a cantare insieme, e Tony iniziò subito a parlare di quante donne avesse incontrato in quel periodo e di com’era bella la vita tra auto sportive e lusso sfrenato. Ricordo che mi infastidì ritrovare lo stesso semplice ragazzo di vent’anni prima, idealmente fermo a quei valori che io avevo abiurato. Fu così che iniziai nei suoi confronti un pistolotto alquanto moralista, sul femminismo, sulla coscienza collettiva, il ’68, le rivolte studentesche, sul fatto che lui era rimasto attaccato a quei valori vecchi e in disuso.

Mentre l’aereo scendeva e io parlavo senza sosta, rimase zitto ad ascoltarmi con lo sguardo perso nel vuoto per venti minuti, e quando mi tacqui disse: “A Pierì, ma che stai a dì, non ho capito un cazzo di quello che m’hai detto!” Lo guardai negli occhi disperatamente e mi sembrò assolutamente sincero. Gli feci un appaluso.