Il Vangelo di Giovanni ci racconta che Ponzio Pilato, alla fine dell’interrogatorio a Gesù e prima di dichiarare di non avere riscontrato alcun reato da Lui commesso, abbia (suppongo) mormorato: “Quid est veritas?”.
Un atteggiamento pieno di cultura scettica, quasi storicistica, e di consapevolezza sui limiti della possibilità umana di conoscere la vera verità delle cose.
Ovviamente noi non sappiamo se davvero quel funzionario romano avesse una così complessa consapevolezza ma tant’è e la domanda ha mantenuto tutto il suo carattere provocatorio.
Pilato non si chiede “quale sia la verità” ma bensì “cosa sia la verità” e, nel Vangelo giovanneo, lascia a noi per sempre questa irrisposta domanda.
Ma passano alcune decine di anni e Agostino da Ippona (più noto come Sant’Agostino) mette in bocca a Gesù una bellissima e particolare risposta.
Alla domanda esistenziale di Ponzio Pilato Gesù avrebbe risposto “Vir est, qui adest” vale a dire “(la verità) è l’Uomo che hai davanti”, sciogliendo per sempre i dubbi e ponendo il romano governatore della Palestina di fronte alla possibilità di una adesione totale a una verità totale ed assoluta.
È ben vero che in un’altra occasione (sempre nel racconto di Giovanni) Gesù ha detto “Ego sum Via, Veritas et Vita” ma si trattava di una frase assai meno apodittica e dell’inizio di un ragionamento più complesso in cui forse lo stesso concetto di Verità perdeva in parte il valore assoluto e totale provocato dalla domanda di Pilato.
Quel che rende più affascinante e problematica la “ricostruzione” effettuata da Agostino è che Gesù risponde alla domanda del governatore romano con un perfetto anagramma della stessa.
Non può non stupirci che “Vir est qui adest” usi le stesse consonanti e vocali della questione “Quid est veritas?” posta dal potente Pilato, che di lì a poco verrà ricordato soltanto per essersi lavato le mani dal sangue di quell’uomo.
Non sapendo io se Agostino fosse per caso un cultore dei giochi di parole mi posso permettere il dubbio di pensare che con quell’anagramma (inserito per di più in un momento cruciale della Storia) egli volesse lasciarci qualche altro dubbio, qualche altra domanda o qualche certezza.
In primo luogo, una risposta alla questione, praticamente eterna, della esistenza effettiva di una cosa chiamata Verità.
Sono passati quasi 1600 anni dalla sua morte (quella di Agostino, intendo) e noi siamo sempre più imbevuti (almeno in Occidente) di relativismo.
La scienza è diventata sempre più intrusiva, anche verso i processi inavvertibili alla conoscenza e alla coscienza.
La storiografia si è proclamata valida solo in presenza della prova certa di quel che dichiara di avere scoperto.
Ogni uomo ha, in teoria almeno, strumenti di conoscenza e approfondimento che prima non si potevano nemmeno sognare.
Ma vacilliamo come Ponzio Pilato di fronte alla domanda se esista effettivamente la Verità.
La risposta di Agostino è, ovviamente, rivolta alla fede in Cristo, quel Cristo che in quel momento si manifesta ancora soltanto come uomo.
L’anagramma ci offre però altri due versanti, tra loro collegati, di riflessione e attenzione che forse non sono casuali.
Il primo è nella sua natura di gioco linguistico e insieme concettuale.
La risposta che Gesù porge a Pilato contiene esattamente gli stessi elementi che hanno costituito la domanda.
Come non pensare che ciò sia la plastica ed elegante esposizione dell’idea che se ti poni la domanda conosci già la risposta?
E come non collegarlo all’ancora lontano pensiero di Blaise Pascal “Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato”?
Insomma, la Verità esiste e la tua domanda ne è la prova.
In questo senso va, con vigore, l’uso del verbo latino adesse, nella coniugazione in terza persona “qui adest”.
La Verità, insomma, ti sta davanti, ti è prossima e tu puoi soltanto rifiutarti di vederla e riconoscerla.
In quel caso, naturalmente, la tua domanda perderebbe ogni senso e suonerebbe anche un poco ipocrita.
L’immanenza, dunque, costituisce il dato di forza della Verità.
Ad essa non si può realmente sfuggire, nemmeno lavandosi simbolicamente le mani.
Siamo, di tutta evidenza, sull’orlo di un precipizio mentale.
Come accettare questo ragionamento in un mondo pieno, da sempre e oggi più che mai, di “verità” non soltanto parziali ma spesso effettivamente menzognere?
Come sfuggire alla tentazione di abbandonarsi all’idea che uno vale uno anche in questo delicatissimo ambito della coscienza umana?
Di fronte alla domanda se esista e cosa sia la verità è difficile non provare qualche simpatia per la furbizia, un poco animalesca, di Ponzio Pilato.
Non tutti, anzi una minoranza decrescente, hanno avuto la fortuna del kerigma.
Pochi, e nel corso del tempo sempre meno, sono stati investiti dalla Rivelazione totale, capace di costruire una certezza della esistenza della Verità e del suo potere di dar senso al cammino del mondo.
Per chi così fortunato non è stato rimane solo la scelta dell’Etica come dimensione capace di definire realmente in confini tra le cose nel tempo e nello spazio.
Ma di Etica come fondamento della Verità parleremo, forse, in un’altra occasione.
Intanto: Grazie sempre Agostino da Ippona!
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