SI FA PRESTO A DIRE OCCIDENTE

Riflessioni in margine alla rilettura del dialogo di Ernst Jünger e Carl Schmitt su Il nodo di Gordio

Negli ultimi tre anni, segnati in profondità dalla guerra tra Russia e Ucraina, la nozione di «Occidente» ha conosciuto una rinnovata fortuna nel dibattito culturale e politico mondiale. Al di qua e al di là della nuova cortina di ferro venutasi a creare in conseguenza dell’aggressione di Putin, la parola è stata ripetutamente usata per sintetizzare valori, modi di vita, istituzioni politiche che fossero da difendere strenuamente di fronte all’incombere di una nuova barbarie o, al contrario, da denunciare ed esecrare come forme di depravazione e decadenza.

     I mesi che sono trascorsi dall’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America si sono incaricati di squadernare uno scenario inedito in cui parlare al singolare di civiltà occidentale e di Occidente è diventato davvero molto complicato.

     In realtà categorie come queste, che tendono ad assegnare un’identità univoca e compatta alle singole culture fino al punto estremo di renderle quasi incommensurabili tra loro, sono costitutivamente problematiche. Il loro uso, accompagnato solitamente da una corretta attitudine pluralistica intenta a cogliere e valorizzare le differenze, trascura però frequentemente un fatto ineludibile: che i vari modi di rapportarsi al mondo e di farne esperienza in diversi contesti spaziali e temporali condividono un sostrato umano comune che rende pensabile la permeabilità, la traducibilità e l’ibridazione dei linguaggi e delle culture.

     È questa possibilità di sottrarsi alla chiusura solipsistica nel proprio paradigma a legittimare, tra l’altro, l’utopia concreta di «abitare un mondo comune» che si è espressa nella sua forma più nobile e consapevole nel complessivo progetto filosofico di un grande illuminista come Immanuel Kant. Ed è solo mediante il riconoscimento di questo dato di fatto che libertà e democrazia possono essere definiti «valori universali», non già perché siano il prodotto di una civiltà superiore, quasi «una immacolata concezione dell’Occidente» – così Amartya Sen nella Democrazia degli altri ne denuncia l’«indebita appropriazione» – ma perché in ogni parte del mondo gli esseri umani possono avere valide ragioni per considerarli tali.

     Anche i pensatori della «rivoluzione conservatrice» che tra le due guerre si ribellavano ai valori della tradizione illuminista, liberale e democratica a cui si richiamava la Repubblica di Weimar facevano un gran parlare di Occidente. Alcuni, come Oswald Spengler nel suo capolavoro Il tramonto dell’Occidente per modularne la dissimulata elegia; altri, come Martin Heidegger, per asserirne la tragica grandezza in quanto terra del tramonto (Abendland) e dell’oblio dell’essere. Tutti, per il vago nuovo Evento che presagivano, intendevano attingere ad altre sorgenti dell’anima europea, in sotterranea e confusa comunicazione con quella orientale, legata alla terra, al sangue e alla tradizione.

     Ne risultava paradossalmente confermata l’impossibilità della reductio ad unum di ogni civiltà storica e, nel caso specifico, dell’identificazione tout court tra tradizione politica democratica e Occidente geografico, in cui del resto, la pratica della democrazia liberale si era affermata a partire essenzialmente dall’illuminismo e dalla rivoluzione industriale e avrebbe ben presto conosciuto una tragica eclissi con l’affermarsi dei regimi totalitari europei del Novecento.

    Il progressivo ampliarsi della sfera d’influenza dei modelli politici della democrazia liberale in direzione della formazione di un Occidente globale, avrebbe ulteriormente svincolato la nozione di civiltà occidentale da ogni radicamento geografico. Se ne renderanno conto altri pensatori che avevano condiviso quella stessa temperie culturale, come Ernst Jünger e Carl Schmitt, quando negli anni Cinquanta, nel pieno della Guerra fredda, si troveranno a dibattere sul «nodo di Gordio» del rapporto tra Occidente e Oriente (leggi: Russia sovietica).

     Il primo rinuncerà espressamente, benché con dubbia coerenza, a usare quelle categorie con un significato geograficamente connotato, per fare dello spirito di libertà – che irrompendo nella quiete, come il colpo di spada di Alessandro Magno, recide quel nodo – una delle due polarità eternamente costitutive dell’anima umana in contrasto con lo spirito «orientale» della sottomissione al dispotismo. Il secondo, con una maggiore propensione a cogliere la concreta singolarità degli accadimenti storici, si richiamerà al concetto di «iconografia regionale» di Jean Gottmann per intendere Oriente e Occidente come «costellazionidi differenti memorie storiche, saghe, miti e leggende, simboli e tabù, cenni e segnali del sentimento, del pensiero e del linguaggio, immagini e rappresentazioni del mondo che sono nate da differenti religioni, tradizioni, passati storici e organizzazioni sociali che formano spazi peculiari». Dunque più che essenze definite una volta per tutte, ricorrenze di posture di fronte al mondo e autorappresentazioni di sé sedimentate nel corso della storia.

     La nuova rivoluzione conservatrice a cui stiamo assistendo a distanza di un secolo ha la pretesa di attingere ancora più direttamente la propria energia vitale dal cuore stesso dell’Occidente autentico. Ha questo significato la lezione che nella città emblematica di Monaco il vicepresidente degli Stati Uniti J. D. Vance è venuto a dare all’Europa in nome di una libertà incondizionata e insofferente di ogni regola. Nel contesto della pura e semplice identificazione della democrazia con il governo della maggioranza, una volta messi da parte tutti gli altri complessi connotati del processo democratico, dai più tipici come lo svolgimento di elezioni (e l’accettazione del loro risultato!) alla tutela dei diritti e delle libertà individuali, dal rispetto della legalità alla possibilità di una discussione pubblica priva di censure ma responsabile verso la verità dei fatti, quella libertà tanto sbandierata si rivela in realtà un’opzione a disposizione delle sole oligarchie, un libertarismo per le nature forti, i «lupi» di cui parlava Jünger, che come demiurghi interpretano e incarnano il sentire della maggioranza.

     Anche «valori» come questi sono radicati nell’Occidente. Già Spengler aveva compreso come le forme di «cesarismo» che si annunciavano sulla scena politica di inizio Novecento provenissero da un’estenuazione e da un rovesciamento dell’«anima faustiana» costitutiva della civiltà occidentale. Dallo stesso pathos per l’illimitato hanno la loro origine sia la figura peculiare dell’homo oeconomicus impegnato in uno sforzo infinito di produzione e consumo sia il progetto di dominio prometeico della natura mediante la tecnica. Quanto quest’ultima postura, sorta nell’Occidente geograficamente inteso, avrebbe potuto permeare le altre aree del mondo lo aveva intuito Carl Schmitt quando, per indicare la nuova sfida del presente, scriveva profeticamente: «Colui che riuscirà a catturare la tecnica scatenata, a domarla e a inserirla in un ordinamento concreto avrà risposto all’attuale chiamata assai più di colui che con i mezzi di una tecnica scatenata cerca di sbarcare sulla Luna o su Marte».

     Il termine «Occidente», dunque, si è sempre declinato in molti modi e forse dovremmo auspicare che il tramonto profetizzato per la realtà storico-culturale che esso ha inteso denotare – Umberto Eco nel Pendolo di Foucault ci scherza su: «Io mi chiedo dove andremo a finire», aveva detto un giorno. «Parla del tramonto dell’occidente?» «Tramonta? Dopotutto è il suo mestiere, non dice?» – valga anche per l’utilizzo della parola stessa. Potrebbe risultare più sensato rinunciare a farne uso, per non dover essere costretti a un esercizio di continua precisazione, volgendo piuttosto i nostri sforzi a dare contenuto storico-geografico e politico concreto a parole che compendiano le vere sfide del nostro presente: Europa e Mondo.

     La presa d’atto della complessa e magmatica iconografia dell’Occidente dovrebbe spingere l’Europa che esiste soltanto in nuce a dare coerenza di tratti ed efficacia di gesti alla propria autorappresentazione, misurata non su un primato o un destino ideologicamente costruiti ma su ciò che la libera valutazione critica ci fa discernere come la parte migliore di una multiforme tradizione storico-culturale, affinché diventi un ethos comune in cui riconoscerci e in nome del quale impegnarci per costruire una patria più ampia di quella nazionale.

      Anche nel volgere attenzione alla parola «Mondo» – per avere un’ennesima conferma della concordia discors che il linguaggio dell’Occidente racchiude in sé – può rivelarsi utile prendere ispirazione da quei pensatori scampati alle conseguenze della rivoluzione conservatrice che essi stessi avevano avviato, maturando a seguito di quell’esperienza una dote profetica ancora una volta capace di sorprenderci. Scriveva Jünger nello Stato mondiale. Organismo e organizzazione del 1960: «La prospettiva di uno Stato mondiale è assai verosimile, il suo avanzare è annunciato da una serie di segni premonitori e, in vista di una pace mondiale, è più auspicabile di una nuova divisione del potere, magari nel quadro di un mundus tripartitus, come a volte emerge dalle previsioni degli osservatori più acuti».

     La prospettiva di un ordinamento planetario che non sopprima la pluralità delle patrie è qui espressa con parole che sembrano tratte dal progetto filosofico di Kant Per la pace perpetua e si rivelano tanto coerenti con quella ispirazione quanto dissonanti con le voci che oggi si alzano stridule, in nome del «vero Occidente», contro la Corte penale internazionale, l’Organizzazione mondiale della sanità, l’ONU e le agenzie impegnate nella cooperazione allo sviluppo, insomma contro ogni modalità di partecipare alla vita della comunità internazionale che non sia ispirata alla rivendicazione della forza e dell’egoismo nazionalistico.

     Eppure tutti gli attuali «nodi di Gordio» di fronte a cui si trova l’umanità (dalla costruzione di una pace giusta e duratura alla custodia del pianeta per evitarne la devastazione, dalla lotta contro la fame alla regolamentazione etica delle applicazioni tecnologiche, dal contrasto a tutte le forme di  discriminazione all’efficace tutela della salute) per il loro carattere globale ed estremamente complesso richiederebbero di essere sciolti mediante una paziente tessitura delle relazioni tra tutti i membri della comunità internazionale per giungere a scelte meditate e messe in atto attraverso un vero salto di scala del processo democratico. Per far questo si dovrebbe attingere alle sapienze di tutti i popoli della Terra e si rivelerebbero estremamente utili virtù come la pazienza, la ponderazione e il calmo discernimento, tradizionalmente attribuite allo spirito dell’Oriente.

     Accostarsi ai problemi comuni che l’umanità si trova oggi ad affrontare con una simile disposizione d’animo, aperta e curiosa dell’altro e volta a cogliere quella disseminazione universale del logos di cui parlavano gli antichi Stoici, consentirebbe di rendersi conto che l’elogio di quelle virtù «lente» è centrale anche in ciò che di più alto e condivisibile l’autorappresentazione dell’Occidente ha saputo produrre agli inizi della propria tradizione storica. Mi riferisco all’orazione funebre pronunciata da Pericle come riportata nel secondo libro della Guerra del Peloponneso di Tucidide. Chi rilegge quel discorso avendo di fronte agli occhi lo sfregio cui sono sottoposte oggi l’idea e la prassi della democrazia non può non rimanere colpito, per contrasto, dai tratti rivendicati come peculiari del modo di vivere nell’Atene democratica: la libertà nelle scelte personali, il rispetto per le leggi e per chi amministra la giustizia, il diritto di giudicare le politiche di chi governa, l’apertura al mondo.

     Ma in tempi di tirannia della velocità in ogni campo dell’esistenza umana, sia individuale che collettiva, lo sguardo è portato in particolare a soffermarsi sul seguente passo: «Noi Ateniesi o giudichiamo o, almeno, ponderiamo convenientemente le varie questioni, senza pensare che il discutere sia un danno per l’agire, ma che lo sia piuttosto il non essere informati dalle discussioni prima di entrare in azione».

     Sono parole alla luce delle quali risaltano come atti scriteriati ed estranei anche alla tradizione di cui avrebbero la pretesa di interpretare lo spirito autentico certi «ordini esecutivi» del tycoon-presidente, tanto trancianti quanto spesso improvvisati, assunti in ossequio a un decisionismo ostentatamente esibito.

     Sono parole che ammoniscono chi invece ha scelto di riconoscersi in un’altra iconografia dell’Occidente a riflettere sul fatto che per curare i malanni della democrazia c’è bisogno, ad ogni livello, di più democrazia e non di meno, di qualità maggiore e non minore.