VECCHIA GIACCA E GIACCA VECCHIA

È una delle più belle caratteristiche della nostra amata lingua.

Il contesto (ovvero la disposizione delle parole) modifica profondamente quel che si esprime.

Così, se io dico che quella è una vecchia giacca ne sto parlando con affetto e simpatia. Se però la chiamo “giacca vecchia” è più che probabile che stia pensando di liberare brutalmente un poco di posto nell’armadio.

Insomma, anche nel caso di un ragionamento banale come questo, il risultato valutativo è strettamente legato al contesto espositivo.

Figuriamoci cosa succede quando la esposizione delle parole viene effettuata in totale assenza di àmbito (con l’accento sulla a) come sta oramai costantemente succedendo in Italia.

Il problema non è quindi cosa davvero si pensa del Manifesto di Ventotene e dei suoi nobilissimi estensori che anzi hanno guadagnato da questa ridicola recita una notorietà inaspettata.

La cosa assai più grave (che non riguarda solo questa vicenda) è che le parole assumono una crescente autonomia e, di conseguenza, tendono a vivere sempre più sganciate dal contesto espositivo che dovrebbe comunque caratterizzarle.

Va subito precisato che questa tendenza alla “autonomizzazione” delle espressioni verbali non nasce oggi e, anzi, è da sempre presente in alcuni comportamenti umani.

Il “birra e rutto libero!” invocato da Fantozzi davanti al televisore indicava e delimitava una situazione in cui le parole stavano per assumere un ruolo e un significato completamente sganciato dal loro normale contesto.

Paradossalmente, però, anche questa apparente decontestualizzazione finiva per costruire un ambito oltre il quale non potevano essere utilizzate.

Ma, soprattutto, appariva ben chiaro a chiunque che quelle espressioni non potevano esistere con lo stesso significato fuori dal contesto ristretto del tifo a oltranza davanti al televisore.

E, d’altra parte, qualunque persona abbia esperienza di situazioni di carattere rituale sa benissimo che le parole usate in esse hanno una valore e un significato differente da quello usuale all’esterno della ritualità.

La cosa che invece preoccupa in ciò che oggi sta avvenendo è il completo sganciamento da qualunque reale contesto comunicativo o di contenuto.

Così le parole cominciano a navigare liberamente anche perché possono usufruire di una rete (o piattaforma) sulla quale nessuno si preoccupa ed è in grado di ricontestualizzarle.

Questa condizione viene frequentemente scambiata per libertà di espressione, ma è in realtà il suo esatto contrario.

Alcune parole si autonomizzano, mentre altre si estinguono e scompaiono dall’orizzonte.

Rinasce con forza il vocabolo “fascismo” e gli aggettivi che ne derivano.

Inutile qui ora ricordare che Renzo De Felice coniò il termine “mussolinismo” per rappresentare la vacuità concettuale del regime e sottolinearne la natura di semplice autocrazia illiberale e violenta.

Inutile anche tornare alle infinite connessioni del periodo, al sostegno che le democrazie liberali diedero a Benito sino al 1940, alle grandi riforme di struttura e modernizzazione che l’Italia visse in quel periodo dalla conclusione così infausta.

Il fascismo è tornato, o comunque sta cercando di tornare: è così chiaro e così facile da dire!

Sganciata da qualunque connessione la parola “fascismo” naviga liberamente e può essere esibita in qualunque contesto.

Colpisce, en passant, che chi si abbandona a questo esercizio non si accorga di fare un regalo a chi si vorrebbe colpire.

Una cospicua parte della base elettorale di destra è spesso negativamente sollecitata dalla lontananza fra gli ideali proclamati un tempo e la reale attività del governo attualmente svolto.

L’accusa di fascismo è per questa base fonte di rassicurazione e certezza.

Fa appello alla speranza che tutto sia tattica e che prima o poi si scoprirà che camerati eravamo e camerati siamo rimasti.

Altre parole, invece, si dissolvono lentamente o vengono coscientemente accantonate.

Tra esse domina il riferimento al comunismo in tutti suoi versanti ed azioni.

Ovviamente in questo caso si parla (o si dovrebbe sempre parlare) di una vera e propria Dottrina che ha cambiato la storia del mondo e i cui effetti si manifestano a tutt’oggi in una grande parte del globo.

A nessuno dovrebbe sfuggire la operativa continuità che lega il regime putiniano sia all’Unione Sovietica sia alla Grande Madre Russia (e, del resto, lo stesso Putin non solo non la nega ma addirittura la esalta).

Ma siamo nel mondo delle parole a vanvera, dove i concetti non sorreggono più le espressioni verbali.

Non potendo, ovviamente, accusare di adesione al comunismo alcun dirigente della cosiddetta sinistra si possono tranquillamente dimenticare i fatti di Budapest o di Varsavia.

E, visto che ci siamo, possiamo anche scordare la pervicacia staliniana nel genocidio del popolo ucraino che venne ridotto coscientemente alla fame.

Da quella strage originò la frase “i comunisti mangiano i bambini” che caratterizzò le polemiche politiche dei nostri anni ’50.    

Nonostante, però, questa “leggerezza del pensiero” la Storia non dimentica e tutti i fattori agiscono continuativamente e senza sosta.

Così, mentre retoricamente si evoca il fascismo, il drone vola su Kiev e continua la vecchia missione.

È certamente vero che lamentarsi non serve a nulla, esattamente come rimpiangere il tempo che fu.

Ma non posso evitare di essere sommerso anche oggi da un ricordo.

Siamo in pieno ’68 – ’69 e la contestazione studentesca sembra dominare le aule universitarie.

Così, durante una lezione di Storia della Filosofia (sull’Illuminismo francese, se ricordo bene) un giovane imbecille di nome Beppe prende la parola e dichiara che a sentire certe cose si arrabbia.

Il docente (si chiamava prof. Giovanni Solinas) per prima cosa invita lo studente a restare in piedi.

Inizia poi una appassionata trattazione sulla parola “rabbia”, sulla sua origine e sulle sue connotazioni filosofiche e storiche in relazione, ovviamente, alla specificità della condizione umana.

Il focoso studente rimane in piedi per una quarantina di minuti, dopo i quali la lezione finisce e l’aula si svuota.

La speranza è che quel giorno egli abbia iniziato a imparare che le parole non si adoperano se non se ne conoscono i confini e, soprattutto, che non possono essere usate a capocchia.

Chissà, chissà.