Ricordi colorati
Ora che l’amministrazione del presidente Trump ha chiuso il servizio radiofonico Voce dell’America (Voice of America, o VoA), cosa gradita a tutti i dittatori a cui quella voce dissonante dava fastidio, mi tornano in mente alcuni miei piccoli contributi a quel servizio.

Nei primi anni 70, poco dopo il mio arrivo a New York, passavo i weekend nel Bronx a casa del giornalista Lino Manocchia per aiutarlo con i suoi impegni editoriali per la radio, per il settimanale sportivo “Autosprint”, i quotidiani in Italia, e varie riviste italo-americane come “Il Crociato” e “L’Eco” (di cui era anche direttore), oltre al giornale che dirigeva per il sindacato americano dei sarti “Giustizia” (la sua collaborazione piú redditizia).
Avevo conosciuto Lino tramite mia zia Iole in quanto cugina di sua moglie Ada, e Lino mi aveva preso in simpatia poiché collaboravo con diverse riviste in Italia. A quel tempo il suo unico figlio Adriano (mio coetano) si occupava di musica per affermarsi come cantautore ed era anche un bravo fotografo.
Partivo il sabato mattina dalla casa di zia Iole, che mi ospitava a Copiague (ex Villa Marconi) nel Long Island, NY, con la mia Chevrolet Impala decappottabile di seconda (o forse terza) mano, percorrendo la strada 495, che si immetteva sulla 295 per quindi attraversare il ponte Throgs Neck ed arrivare nel Bronx, per poi portarmi con la strada 95 presso la zona di Monticello, dove abitava Lino. “Autosprint” era diretto dal suo amico teramano Marcello Sabbatini (Lino era di Giulianova, come me, cittadina in provincia di Teramo). Il giornale “Giustizia” consisteva di poche pagine e aveva varie edizioni; Lino dirigeva quella mensile in lingua italiana, quindi aveva tanto tempo a disposizione per le attivitá collaterali e si recava in redazione a Manhattan alcuni giorni la settimana prendendo la metró vicino casa sua.
Tra i vari impegni c’erano anche i servizi radiofonici di Voce dell’America. I miei compiti erano quelli di tradurre alcuni articoli in italiano che lui selezionava (dalla pila di giornali che accumulava giorno dopo giorno), preparare il nastro della telescrivente, ed ogni tanto prestare la mia voce per un’intervista per il servizio italiano della Voce dell’America. VoA era nata nel 1942 e trasmetteva in 45 lingue, tra cui quella italiana con servizi redatti da New York e Washington, D.C.
In quel periodo l’America era vista dall’Italia come la cattiva “Amerika” ed il Partito Comunista di Enrico Berlinguer era il secondo partito in Italia; si cominciava a parlare del “Compromesso Storico” favorito da Aldo Moro, ma che era mal visto dal Segretario di Stato Usa Henry Kissinger (ebbi occasione di parlarne durante un breve incontro con lui ma ma non mi diede dettagli). In quel periodo VoA era la voce dell’America e non trattava di politica, i servizi di Manocchia erano nella sfera dell’interesse umano: un servizio culturale che contribuí a livello ideologico a rafforzare il mito dell’America. Questi servizi radiofonici venivano registrati a casa di Manocchia, una palazzina divisa in due unitá con tre piani ciascuna (per due diversi proprietari). Per la registrazione usava quello che in America si chiama “basement” (seminterrato), che lui aveva restaurato come spazio ricreativo provvisto di cucinotto e bagno. In un angolo teneva la Teletype (telescrivente) modello 33 che usava per inviare articoli, ed i registratori verticali a nastro (in concessione dalla VoA, come si vede nella targa della foto con questo giornalista). Sulla scrivania vi era il kit per il montaggio dei servizi audio, consistente in una piastra di giunzione, una lametta a taglio singolo, delle strisce magnetiche adesive ed una penna in feltro con cui si segnavano le parti del nastro da eliminare. La bobina che Lino montava con cura, veniva poi spedita alla sede VoA (credo di Washington, D.C. presso il palazzo federale Wilbur J. Cohen).
Ai quei tempi, e fino a poco fa, VoA era seguita da 400 milioni di ascoltatori in tutto il mondo, ma in particolare da quelli in paesi autoritari some Russia, Cina e Iran. La chiusura ordinata il 14 marzo 2025 é avvenuta poiché VoA era giudicata troppo “liberale” e “anti-Trump”. Eppure Lino non era un progressista, anzi, era piuttosto conservatore, possibilmente come reazione al suo paese di origine che era stato per anni “rosso”. Questo nonostante il fatto che avesse sofferto per due anni nella Germania nazista come prigioniero di guerra (dal 1943). Vicende che a lui non piaceva raccontare, ma che, prima di morire a 96 anni nel 2017, raccolse nel libro “Frammenti di un prigioniero”, pubblicato nel 2022.

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